Don Luigi Bosio
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Omelia del 25.12.1985

 

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Solennità del Santo Natale (25-12-1985)

«In principio era il Verbo». Dove aveva fissi gli occhi quell'Aquila dalla vista acutissima, San Giovanni? In principio. Quale principio? Il Principio senza principio. E il Verbo che è in questo Principio è pure senza principio anche Lui. «In Principio era il Verbo». Per mezzo di Lui tutto è stato fatto e niente può essere fatto dal Padre suo stesso senza di Lui. «Unum Verbum condidit et humana verba non quaerit». Lui, il Padre, che ha pronunciato un unico Verbo, non cerca parole umane, specialmente in questo momento. Non cerca parole umane: c'è un solo Verbo da ascoltare e da pronunciare. Le parole sono mie, sembrano mie, ma sono sue. La bocca è mia, ma il Verbo è Lui. Il Verbo è Lui: l'unico Verbo.

Tre Profeti, oggi, fissano gli occhi nel mistero ineffabile dell'Incarnazione del Verbo Eterno: Giovanni evangelista (avete sentito che poema nella celebrazione del Vespero!), il profeta Isaia e il profeta Abacuc. Li ascoltiamo. E' una visione di fede, una rivelazione d'amore. Non so (mi esprimo in modo umano) se è più fatica per noi fissare gli occhi nelle cose celesti ed eterne o se è più fatica per Lui fissare gli occhi sopra di noi. Ho parlato in modo umano. La fatica sua nel guardare le cose finite. E nella follia del suo amore - la più folle follia d'amore! - scendere e quasi annientarsi... Era tutto il suo sogno. E ha soddisfatto largamente il suo sogno, quando è giunto al silenzio, all'abisso dell'Eucaristia.

Il profeta Isaia: «E' nato per noi un bambino, ci è stato dato un Figlio». Lo sapete quanto è forte? Lo descrive come un imperatore: «Cuius imperium super humerum eius». Quel Piccolino sulle spalle ha l'impero! E' un imperatore ed è già nel pieno esercizio dei suoi poteri imperiali. Due poteri specialmente, celebrati dalla Liturgia, oggi: «Auctor divinae generationis et immortalitatis largitor». Autore della nostra nascita divina e larghissimo donatore di immortalità, di vita immortale ed eterna. Che poteri! E sono felice di poter vivere nel mio ministero sacerdotale - anche voi nel vostro sacerdozio regale - questi due poteri: la mia maternità sacerdotale, perché nascano e rinascano i figli di Dio, Battesimo e Sacramento del sacro perdono, nella Confessione. Che poteri! L'altro potere: «Largitor immortalitatis». Volete definire il Sacerdote, quando gli siete vicini nella Celebrazione della Santa Messa? A dito segnatelo e dite di lui: «Largitor immortalitatis», sei lì per darci l'alimento dell'immortalità. Per questo ho detto che sono molto felice - e anche voi con me - per questi due poteri, che pesano - oh, se pesano! - su un cuore sacerdotale, felicissimamente.

Il profeta Abacuc ci dice oggi: «Contriti sunt montes et colles mundi incurvati sunt ab itineribus aeternitatis eius». Che vuol dire: «Contriti sunt montes», dove è passato Lui ha stritolato i monti, ha abbassato tutte le montagne, ha colmato tutte le valli. «Contriti sunt montes saeculi», ha ridotto in polvere le montagne (comprendete quali montagne). «Et incurvati sunt colles mundi», le colline si sono piegate, curvate e hanno colmato le valli, perché potesse passare Lui, a pieno diritto, perché poi potessimo calcare le sue adorabili orme. «Ab itineribus aeternitatis eius». Donde vieni? «Ab itineribus aeternitatis eius». Vengo dall'Eternità. In Principio: anche Lui, Principio senza principio.

Due contemplativi ci aiutano oggi. Abbiamo udito Agostino, quando ci ha detto che Lui, il Padre, ha pronunciato un solo Verbo e non vuole udire parole umane. La bocca è mia, ma il Verbo è Lui. E' Lui non solo che parla, ma è Lui che dona se stesso. Ascoltiamo San Bernardo. Anche qui - che volete! - c'è la bellezza, quasi il fascino del testo latino, che traduco subito: «Christum habemus ex Patre nascentem, in Patre cubantem, cum Patre sedentem, a Patre ambulantem, pro Patre stantem, sub Patre pendentem, sine Patre quodammodo morientem». Che parole! Che bellezza! Abbiamo Cristo Signore, «nascentem ex Patre», che nasce dal Padre; «cubantem in Patre», che riposa nel seno del Padre; «cum Patre sedentem», che siede alla destra del Padre; «a Patre ambulantem»: è come partito dal Padre, rimanendo sempre in Lui, «ambulantem habemus in terris». «Pro Patre stantem», sempre immutabile nel Padre, il Principio, Principio anche Lui senza principio. «Sub Patre pendentem Christum habemus», che pende dalla Croce. «Sine Patre quodammodo morientem»: abbiamo Cristo Signore che, in un certo senso, senza il Padre che lo riconosca come Figlio («Padre, perché mi hai abbandonato?»), muore sulla Croce.

Ritorno - e concludo - al profeta Abacuc. Non ho detto tutto il suo testo. Continua e dice: «Posuit pedes meos tamquam quasi cervarum et super excelsa deduxit me ille victor in psalmis canentem». Mi ha dato come i piedi delle cerve per correre veloce dietro a Lui. «Posuit pedes meos quasi cervarum». Forse - lo si dice - le cerve, prese dall'amore e ferite, sono più veloci dei cervi. Mi ha fatto correre con la velocità della cerva e mi ha fatto salire «super excelsa». Guardate che vetta, che cima altissima! «In psalmis canentem»: siete lì, con me, su questa cima altissima, con cuori e bocca pieni della gloria di Dio. E giù un fiume di pace sopra questa città santa! Dico di Betlemme, piccola, vastissima, graziosissima Betlemme, nei vostri cuori e nelle vostre famiglie.