Don Luigi Bosio
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Omelia del 14.04.1985

 

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Celebrazione Eucaristica della II Domenica di Pasqua (14.4.1985)

Il canto di inizio, molto bello, ha sacrificato due Antifone. Le ha dolcemente sacrificate, le Antifone proprie della Liturgia Eucaristica di oggi.
Accenno alla prima: «Quasi modo geniti infantes». Non traduco. La seconda Antifona (si poteva scegliere come piaceva) dice così: «Accipite iucunditatem!». Ci soffermiamo su questo invito, su questo imperativo della Liturgia: «Accipite iucunditatem!». Afferrate la gioia! Afferrate la gioia! Tutto è gioia. Abbiamo contemplato e contempliamo, o Dio, le meraviglie del tuo amore. E' tutta una meraviglia compiuta dalla tua destra. «Accipite iucunditatem!». Iucunditas, giocondità in italiano, non dice soltanto gioia, ma gioia che straripa. Giocondità: non soltanto - per quanto vera e profonda - una gioia intima, ma una gioia che trabocca. «Quapropter profusis gaudis totus per orbem terrarum mundus exultat». Non traduco.

Come afferrare questa gioia, questa pace di cui risuona tutta, oggi, la Liturgia? Pace a voi! Pace e gioia a voi! Stendete, per così dire, le reti invisibili della Fede. Credo che per afferrare una realtà invisibile ci vogliono dei mezzi invisibili. Volete afferrare questa gioia, questa pace, vedere queste meraviglie? Stendete le reti della Fede, le reti invisibili della Fede, per afferrare l'Inafferrabile. «Priusquam teneatur effugiet se». Mentre credete di averlo tra le braccia è già fuggito. «Proripit in fugam». Si da alla fuga precipitosamente. Ma lo tenete stretto a voi. E' l'Inafferrabile.

Le braccia della Fede. E' questa la vittoria che vince, che sconfigge il mondo: la nostra Fede. La nostra Fede! Avete in pugno la vittoria! Sì, c'è da affaticarsi, anche per noi, ma la vittoria l'abbiamo in pugno! Ha vinto Lui!
Dice Sant'Agostino: «Salvator in se maluit vinci, ut vinceret in cunctis». Ha preferito essere vinto in se stesso, essere come sconfitto in se stesso, per vincere in tutti noi. Ora è Lui che vince. Lui, umilissimamente e misteriosamente, ha preferito di essere sconfitto.

Il dono della Parola Divina che risuona solennemente tra noi e nel Tempo Pasquale in modo speciale: il cantico di trionfo della liberazione dalla schiavitù, il Cantico di Mosè. E' chiamato anche il Canto del mare, pronunciato, cantato da Mosè con il popolo ebreo, dopo la traversata del Mare Rosso, immersi in un bagno di sangue. Il Mare Rosso, la traversata, sì. Però questo cantico solenne risuona, secoli e secoli dopo, in un Salmo bellissimo, il Salmo 113: «In exitu Israel de Aegypto», mentre Israele usciva dall'Egitto, «mare vidit et fugit», il mare ha preso paura, si è spaventato ed è fuggito. Che bello! E sulla terra ferma «montes exultaverunt ut arietes et colles sicut agni ovium». Che meraviglie ha compiuto la destra del Signore!

Questo Verbo di Dio! La Parola che esce dalla bocca di Dio, il Verbum Dei, che risuona qui umilissimamente da questo altare del Verbo-Dio.
Mosè si scusava con il Signore e gli diceva: «Cosa posso dire io, che sono balbuziente?». Era balbuziente. E il profeta Geremia? Era afono. «Nescio loqui, ecce nescio loqui, Domine». Non so parlare, Signore. Mi manca la voce e mi manca la forza.
«Ci starò io sulla tua bocca. E dirò me stesso sulla tua bocca».

«Accipite iucunditatem!». Stendete le braccia, gettatevi «quasi modo geniti infantes», come bimbi tra le braccia della madre. E in questo amplesso castissimo, piangete di gioia!