Don Luigi Bosio
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Omelia del 21.04.1985

 

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Celebrazione Eucaristica della III Domenica di Pasqua (21.4.1985)

Questa tua Divina Liturgia, o Signore, è il più grande dono che ci potevi fare. E ce l'hai fatto! E ce lo fai ora in questa Celebrazione Eucaristica. Un dono immenso di grazia. E ognuno qui, nella Celebrazione Liturgica, diventa sorgente di grazia, dispensatore di grazia. Lui, la prima sorgente: attingete voi e attingo io. E ciascuno, l'uno per l'altro, diventa sorgente di grazia. La Liturgia non è una Teologia. E' anche purissima Teologia, ma non è semplicemente una dottrina, la Liturgia. La Liturgia è grazia, per se ipsa produce grazia: un sacramento, un segno visibile di grazia. E' rivelazione di verità, è una visione di cose invisibili, celesti. E' adorazione. E' adorazione! Siamo qui umilissimamente prostrati in adorazione, davanti a Sua Divina Maestà, il Signore nostro. La sua vita che diventa la nostra: il Cielo è sceso sulla terra. La nostra vita che diventa la sua: la terra che sale fino agli altissimi cieli.

Questa Liturgia è uno stato di grazia: siamo come confermati in grazia. E ascoltiamo quello che ci viene detto oggi; tanto più che ho avuto un palpito per tutti voi quando, nella apparizione di Gesù agli Apostoli «aprì a loro il senso delle Scritture». Ho offerto questo palpito per voi, perché il Signore vi apra il senso, l'arcano delle sue Scritture e della sua Parola, perché è Lui che parla qui - ci mancherebbe altro che fossi io - è Lui che parla qui!

Ascoltiamo l'apostolo Pietro. Che predicatore! Io non so a quale scuola di eloquenza sia stato quel povero pescatore e peccatore! Quale scuola di oratoria, il suo discorso oggi! E' assai commovente, quando rimprovera, ma con somma tenerezza, coloro che hanno compiuto il deicidio: «Voi avete ucciso, avete rinnegato il Santo e il Giusto e avete ucciso l'Autore della Vita. Cosa avete fatto?». «Auctorem vitae interfecistis, sed scio quia per ignorantiam fecistis», ma so che l'avete fatto per ignoranza, non sapevate quello che facevate. 

Poi, la parola dell'evangelista Luca, la meraviglia dei due discepoli di Emmaus - e siamo tutti discepoli di quell'Emmaus - quando si aprirono i loro occhi. Meglio: si spezzò il loro cuore, quando il Signore ha spezzato il pane dell'Eucaristia. Voi sapete che chiamare l'Eucaristia 'lo spezzare del pane' è forse il nome più antico con cui si designava la Divina Eucaristia. Lo spezzare del pane, lo spezzare della sua vita per noi e lo spezzare del nostro cuore, in umiltà di Fede, per Lui.

Ma oggi mi incontro, insieme con voi, con Maria Maddalena, almeno per qualche momento. Se non c'è oggi, l'abbiamo incontrata nei giorni precedenti, quando Maria sul monte dell'oliveto si incontra con una persona... non sa chi sia e gli dice: «Hanno portato via il mio Signore! Dove l'hanno messo?». Prendo queste parole in un significato attuale, piuttosto doloroso. Hanno portato via il mio Signore. Oh, che abbiamo fatto? Abbiamo staccato il Signore dall'uomo e ci è rimasto solo l'uomo. Mi hanno portato via il Signore: mi è rimasto solo l'uomo. Un uomo, un grand'uomo, in un grande assillo sociale, affaticato: uno schema o un certo sistema, ma uomo, uomo... Il mio Dio! Hanno portato via il mio Signore! Dove me l'hanno messo? A Cesarea di Filippi, il Signore diceva allora, e dice oggi a noi: «Che dice di me la gente?». Matteo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!» (è Pietro che risponde, ma l'evangelista è Matteo). L'evangelista Luca fa dire a Pietro: «Tu sei il Cristo di Dio!». Marco è ancora più conciso e dice: «Tu sei il Cristo!». Che dico? Ve lo confido: mi piace di più. Basta questa semplicità assoluta. «Tu sei il Cristo». Filippo, con ingenuità, in un altro momento chiede al Signore, dopo averlo sentito parlare così bene - lo credo! - del Padre: «Mostraci, finalmente il Padre tuo e questo ci basterà». «Filippo! Filippo! E' tanto tempo che sono con voi e ancora non mi conoscete?»

Abbiamo dunque ritrovato il Signore. Quando l'intelligenza è in catene, perde in lucidità e guadagna in furore. Questo lo dico in omaggio alla ragione, all'intelligenza. Ma lo dico soprattutto in omaggio alla Fede, perchè, non credendo, non è un torto che faccio alla Fede: è prima di tutto un torto che faccio alla ragione e un più grave torto che faccio poi alla mia Fede. Quando l'intelligenza è in catene, perde in lucidità e si scatena in furore. Batte il capo contro la pietra, quando non è la pietra che si scaglia contro colui che non crede.

Dammi, nel credere, o Signore, la semplicità dei bambini (sentirete anche nella Preghiera dei Fedeli). La semplicità dei bimbi, di questi fiori e frutti delle nostre famiglie cristiane, quando sono lì, con le manine giunte, davanti all'altare della Vergine.  Che Fede! Dammi questa Fede, o Signore, perché è verissimo - e l'hai confermato con giuramento Tu stesso - che è soltanto alla semplicità dei piccoli e degli umili che è aperto e rivelato il mistero del Regno dei Cieli.