Don Luigi Bosio
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Omelia del 11.02.1979

 

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Celebrazione Eucaristica della VI Domenica del Tempo Ordinario (11.2.1979)

«Quelli che avevano mangiato si sentirono sazi». Attingiamo queste bellissime parole, testimonianza di un miracolo compiuto da Gesù per tutti coloro che, mangiando un pane moltiplicato, ne mangiarono a sazietà. Certo, nel dono della fede e nella pietà della Celebrazione Eucaristica, voi sentite che è molto più grande il mistero che celebriamo, di fronte al miracolo della moltiplicazione dei pani, che non era se non una preparazione a questo mistero Eucaristico.

Qui, in tutta verità e al momento della Comunione Eucaristica - come lo dice la Liturgia - voi potete esclamare quello che anch'io ho annunciato con meraviglia: «Tutti coloro che avevano mangiato si sentirono sazi». Lo esclamerete tutti e lo annunciate a tutto il mondo, quello che il Signore ha fatto per voi. Mangiate e vi saziate.

Poi la Liturgia vuol confermare le parole del Vangelo con l'ultima preghiera, quando dice - non dice, ma prega, dicendo: «Signore, Tu ci nutri in questo Convito Eucaristico. Ti preghiamo di darci la grazia di ricercare sempre e solo quei beni che ci danno la vera vita».
Ma, come io ripeto tutti gli anni, il latino qui è dolcissimo e dice: «Caelestibus pasti deliciis». Non solo siamo invitati al Convivio Eucaristico, ma ci sentiamo nutriti fino alla sazietà di questo cibo celeste. E allora, un'altra esclamazione che esce dalla bocca di Gesù: «Sic Deus dilexit mundum!». Così Dio ha amato il mondo, da dare per esso il suo unico Figlio! Anche questa è un'Antifona della Comunione. Ce ne sono due, a scelta. Le ho ripetute tutte due. Tra queste, questa meraviglia espressa da Gesù stesso: il Sic Deus. Così il Padre ha amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito. E ne abbiamo bisogno!

Oggi appare - per così dire - nella Liturgia, la lebbra. La lebbra... La lebbra, già nell'Antico Testamento, nel Libro del Levitico. E la lebbra qui, nel racconto, nel mistero evangelico. La lebbra. Cos'è la lebbra? E' un corpo, una vita in sfacelo. Nell'ordine fisico è veramente un corpo, una vita intera in sfacelo, ma nell'ordine fisico.

Come dobbiamo intendere qui, nella Liturgia, la lebbra? E' un cuore e un'anima in sfacelo: il peccato che riduce ad uno sfacelo la Grazia, che è la ricchezza dell'anima.
Però, anche ricoperti di lebbra, si può sempre sollevare lo sguardo umile, con il cuore contrito. A chi? A un lebbroso che si presenta davanti a noi, nella visione liturgica.
E questo lebbroso - ci tremano le labbra! - questo lebbroso è Cristo Gesù, lebbroso perché ha voluto assumere tutte le nostre infermità e portare e coprirsi di tutte le nostre iniquità.
Dice il profeta Isaia: «Reputavimus eum quasi leprosus». Abbiamo veduto davanti a noi un lebbroso, il Messia, il Santissimo, l'Innocentissimo, diventato lebbroso per noi. L'abisso della misericordia che riempie l'abisso della miseria. L'abisso della sua misericordia.

Avete sentito il gemito del versetto dell'Alleluja: «Sono venuto a salvare i peccatori» e tutti (l'Apostolo direbbe: "Io per primo" e lo dico anch'io volentieri insieme a lui), tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio: anche i Santi.

Chi sono i Santi? Ho una definizione che è singolare e può suscitare un po' meraviglia: i Santi sono peccatori coscienti. Dei peccatori coscienti. Sanno di essere dei peccatori anche loro. I Santi sono dei peccatori coscienti. Leggete la vita dei Santi ed è tutto un ripetere davanti al Signore: «Abbi pietà di me! Abbi pietà di me!». O la preghiera di Pietro: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». O Giovanni, l'Evangelista della carità, quando dice: «Se qualcuno dice di non avere peccato è un bugiardo». Siamo tutti dei poveri peccatori.

C'è una Maternità aperta per accoglierci: la Grazia divina, della quale è stato detto - della Grazia - che è una Maternità amante. Ho faticato a capire il senso di queste parole, che mi sembra molto profondo. Una Maternità amante. Questa Maternità amantissima non è che la Maternità di Dio. Permettete di dire così: la Maternità di Dio.

San Serafino di Sarov (un Santo russo del secolo scorso, citato ancora) disse un giorno al Superiore del Monastero di Sarov: «Sii una madre per i tuoi monaci». Ce n'era abbastanza per fare il Superiore come doveva farlo. «Sii una madre per i tuoi monaci!».
Quando un Ministro di Dio entra nel Sacramento della Confessione, mi sembra che una voce dal cielo gli dica (e mi dica): «Sii padre, sii una madre per tutti».
Se conoscessimo il dono di Dio!

Mi devi perdonare, o Signore, se ho preteso di studiarti senza prima amarti. Per conoscerti devo amarti, non devo perdermi in non so quali studi e in quali discussioni. Perdonami, se ho preteso di studiarti, senza prima amarti, perché dovevo essere convinto che, se pretendo di conoscerti, non ti conoscerò mai. Non ti conoscerò mai!
Sarò capace, per grazia tua, di amarti quanto Tu mi ami, perché non ho che da restituirti il tuo stesso amore.

Ma io ripeto, per concludere, quello che è il gemito bellissimo della Liturgia, già detto in principio. Sentite. Lo sentite già, lo sentirete alla Comunione Eucaristica: sarete saziati e sarete nutriti fino alla pienezza dei vostri desideri, così che potrete andare per il mondo e dare di questo cibo soavissimo a tutte le creature affamate.
E allora l'esclamazione mia e vostra: «Sic Deus dilexit mundum!». Così Dio ha amato il mondo! E chi dice queste parole con stupore, con meraviglia è la stessa Sapienza Incarnata. Come se si fosse trovato, Gesù, davanti a qualcosa di nuovo, sconosciuto, inaudito, quale la rivelazione e il dono dell'Amore misericordioso.