Don Luigi Bosio
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Omelia del 05.07.1987

 

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Celebrazione Eucaristica della XIV Domenica del Tempo Ordinario (5.7.1987)

Un nuovo grazie e nuovissime preghiere di riconoscenza e di benedizione alle Scholae Cantorum della Parrocchia degli Scalzi e di Bosco Chiesanuova. Prestano il servizio liturgico di canto in questa Celebrazione.

La S. Messa, oggi, è cantata nella purissima melodia gregoriana e mariana, perché la S. Messa viene cantata nella Messa propria della Madonna "Cum iubilo", la Messa IX del Kyriale Gregoriano. E se è vero che cantando bene si prega due volte, è ancor più vero - ciò è confermato dalla pietà della Chiesa e dalla devozione dei fedeli - che la preghiera è tre volte preghiera nella purissima melodia gregoriana. E' la preghiera mistica, che diventa bellezza mistica, estetica, pura arte, ed estatica.

La tua umiltà, o Gesù, ha spezzato le catene della nostra schiavitù. «Iacentem mundum humilitate eiecisti». Ma la preghiera non è rivolta subito a Lui, a Gesù. E' ancor più tenera ed è rivolta al Padre, e a Lui diciamo: «O Padre, nell'umiltà del tuo Figlio, Tu hai spezzato le catene della nostra schiavitù e hai distrutto le tenebre e le ombre della morte».

E' vero: l'abisso che chiama l'abisso. Se vi piace: il sacramento che cerca il mistero e il mistero che cerca il sacramento. L'abisso che chiama l'abisso. La Vergine Beatissima, tutta nascosta nella vita del Verbo Incarnato, dice di sé, nelle parole dell'Enciclica mariana: «Fatetur se contineri in imo plenitudinis Christi». Maria confessa di essere contenuta nell'abisso della pienezza di Cristo. Contineri, contineo: contenere. Dal verbo può venire anche l'aggettivo: Maria è contenta (contenuta, contenta, in latino), contenuta in questo abisso della pienezza di Cristo.

L'abisso che riempie l'abisso: veramente i due estremi che si toccano.

L'altro abisso, che cerca un abisso dove collocarsi, per potere dimorare in mezzo a noi: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio. E' Dio. Era Dio. E il Verbo si fece carne». Ha annientato se stesso. L'abisso che chiama e riempie l'abisso. «Verbum absconditum. Verbum silens. Verbum crucis. Verbum crucifixum, sub umbra mortis», avvolto nell'ombra cupissima della morte.

La Luce inaccessibile, inavvicinabile, inafferrabile. La Luce che diventa accessibile «sub umbra eucharistica», all'ombra di un frammento di pane.

L'abisso che chiama l'abisso e che riempie l'abisso.

Voi, noi abbiamo la grazia di vivere lo splendore di queste verità. «Voi - dice l'Apostolo - non siete sotto il dominio della carne, ma siete nel dominio o meglio, nella libertà dello Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi». E Gesù nel Vangelo, alzati gli occhi (è forse caduto in ginocchio?): «Padre, ti benedico, ti glorifico, perché hai rivelato queste cose ai piccoli, ai pargoli, agli umili e le hai rifiutate ai sapienti e intelligenti. Sì, o Padre, così è piaciuto a te».

E il Vangelo, come anche l'orazione (l'abbiamo cantato e gustato insieme), comincia con questa parola: Padre. Nella Lettera Apostolica del Giovedì Santo, rivolta ai Sacerdoti di tutto il mondo, si leggono queste parole: «Pater, Pater, Abbà, in ore Iesu, in ore Iesu dicit altitudinem trinitariam». La parola Padre, sulle labbra di Gesù, dice un'altezza, un'altitudine trinitaria. La preghiera di Gesù viene dal seno del Padre e ritorna nel seno del Padre. Altitudine trinitaria.

Quando quella fonte è traboccata, non ha trovato altro rifugio più sicuro che l'Eucaristia. Ed è qui, in questa profondità eucaristica che la fonte risale e ritorna alla sua sorgente.