Don Luigi Bosio
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Omelia del 12.07.1987

 

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Celebrazione Eucaristica della XV Domenica del Tempo Ordinario (12.7.1987)

«Al mio risveglio sarò saziato dalla tua presenza». E' il versetto di inizio di questa Celebrazione Eucaristica. «Al mio risveglio sarò saziato dalla tua presenza». Al mio risveglio. Perché? Sto dormendo? Sono addormentato? Il mio cammino terreno è nella notte dei tempi. Il tempo è come una lunga notte. Verrà il giorno della piena ed eterna Luce. Intanto devo vegliare, devo vigilare e scuotermi da questo assopimento, forse da questo torpore, da questa tiepidezza in cui mi sono addormentato. Ma quando mi sveglierò, quando Tu mi sveglierai, sarò saziato dalla tua presenza. Intanto camminiamo nella notte dei tempi, nel mondo, con il desiderio del martire, quando pregava e diceva: «Lasciatemi arrivare alla pura luce!» (Ignazio martire). «Lasciatemi arrivare alla pura luce!». O quando, alla ricerca del Neonato Divino, la Liturgia dice che i cercatori «lumine quaerebant Lumen», con il lume cercavano il Lume. Con il lume della fede cerco il Lume della gloria. Adesso è una fiammella, scossa anche da una brezza di vento. E' una goccia che desidera buttarsi nel mare. E' come una scintilla che cerca di essere divorata da un incendio. «Satiabor»: sarò saziato. Ma è pur vero, o Signore, che tu mi stai saziando anche in questo momento. Non è Luce, non è Fuoco, non c'è la tua presenza qui? Perciò con tutta verità dico: «Satiabor et satior». Sarò saziato, ma sono anche saziato.

Quando, all'Antifona Eucaristica alla Comunione, voi dite (è un'Antifona e andrebbe cantata): «Altaria tua, Domine, Deus meus et Dominus meus», come il passero cerca la casa e la tortora o la rondine il nido, così io cerco i tuoi altari, mio Signore e mio Dio. Questa è la mia casa, il mio nido e il mio anticipato Paradiso.

E' per questo che tutto piange, in attesa di questo risveglio nella piena Luce e nel pieno Fuoco. Le parole stupende dell'Apostolo (se le imparaste a memoria, se già non le sapete!) in un tratto breve della Lettera ai Romani: «Ogni creatura piange. E - dice l'Apostolo - di quale pianto piange? Come una madre per la quale si stanno compiendo i giorni della maternità, ha le doglie del parto, così tutta la Creazione è come nelle doglie di questa maternità». Bello, stupendo! Perché vi riguarda molto da vicino! La materna paternità di Dio nella generazione e nel gemito eterno. La maternità della Chiesa e la maternità di Maria, Madre della Chiesa. E' la maternità della Mater Ecclesia. Non Mater Ecclesiae, Maria. Sì, Mater Ecclesia, la Madre Chiesa: siamo noi. Il gemito della maternità: un affanno veramente dolcissimo. Tutto piange, tutto geme e sospira di essere saziato dalla sua visione, dalla sua presenza e dalla sua estasi. Questa è Divina Liturgia!

E' stato scritto, nei nostri giorni, che forse la Chiesa - non la Chiesa Madre piissima, bellissima, veramente Madre - si dice di lei (o di noi, creature fragili) che ha come smarrito il senso di essere la sposa fedele dell'Arte. E' vero... La sposa fedele dell'Arte. La Chiesa forse l'ha dimenticato... Forse qualche celebrazione fa piangere la Chiesa, nel modo con cui non si dovrebbe compiere. Ha smarrito il senso di essere la sposa fedele dell'Arte: questa Arte è Lui, l'Artefice Divino! Lui, la stessa Arte! E un poeta tedesco - forse lo riconoscerete - dice che un'opera d'arte è di una solitudine infinita. Molto bello! Un'opera d'arte è di una solitudine infinita. Davanti ad una vera opera d'arte c'è come da gustare un qualche cosa che viene da una solitudine infinita e che ci porta in una solitudine infinita. Se questo si dice di un'opera d'arte, molto di più si può e si deve dire di questa Arte. Solo ritoccando una sola parola, possiamo dire: la Liturgia è opera d'arte di silenzio infinito. Si può dire anche solitudine. Meglio se diciamo silenzio. Silenzio infinito che ci avvolge.

Ieri San Benedetto, il nostro Patrono d'Europa e Santo di tutta la Chiesa. Ha fondato l'Ordine perché fosse dedicato alla bellezza e allo splendore del Servizio Divino, della Liturgia Divina. Egli dice (era nella Liturgia di ieri, nella Lectio Divina): «Dobbiamo essere così, come "attonitis auribus ad divina audienda"». Attonitis auribus, con le orecchie aperte, attente, attonite, stupite nell'udire cose divine. «Et apertis oculis ad deificum lumen». Non traduco, traducete voi. «Apertis oculis ad deificum lumen».