Don Luigi Bosio
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Omelia del 04.08.1985

 

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Celebrazione Eucaristica della XVIII Domenica del Tempo Ordinario (4.8.1985)

«Nosmet ipsos tibi perfice munus aeternum». Fa' di noi, o Signore, un dono, un'offerta perenne, in unione con la Vittima Divina, il tuo servo Gesù. Munus aeternum. Fa' di noi un'offerta perenne, a gloria tua, in unione al sacrificio di Gesù. Munus aeternum. Non dice la preghiera munus perfectum, un dono, un'offerta perfetta, ma un dono, un'offerta eterna, perenne, che non verrà mai meno, né per usura del tempo, né per la vastità dei luoghi. Munus vuol dire servizio e qui nella Liturgia vuol dire servizio sacerdotale. E' quasi meglio se, invece di dire servizio sacerdotale (espressione che piace molto alla Chiesa) dico anche sacerdozio. Fa di noi il tuo sacerdozio, il tuo servizio sacerdotale. Che la nostra vita sia un sacerdozio. Per me, un sacerdozio di ministero. Per voi, un sacerdozio di battesimo. Un sacerdozio eucaristico, perché il momento più sublime del vostro esercizio sacerdotale è la Celebrazione Eucaristica. E se dico: "Fa di me il tuo sacerdozio", voglio anche dire: "Fa di me il tuo sacrificio", perché non c'è sacerdozio se non c'è sacrificio. Il tuo olocausto, la tua oblazione perfetta, perenne, eterna.

Ci inoltriamo nel cuore del mistero per mezzo del sacramento. Il mistero... Il mistero è il sacramento invisibile. Il mistero è il sacramento invisibile. E il sacramento è il mistero visibile. Verità sublime! Verità sublime! Devo risalire sempre alla sorgente, al mistero. L'Antico Testamento direbbe: risalire a quella sete, a quel trono regale, alla Beata Trinità. Il Nuovo Testamento, in piena chiarezza, dice: devo risalire al seno del Padre, in quel mistero che ci ha nascosto il sacramento eterno, il Verbo Unigenito. Questo sacramento rende visibile il mistero della vita del Primogenito nel seno del Padre, questo Rito Eucaristico, questa Celebrazione Liturgica.

Tendo l'orecchio e ascolto, in questa cornice, in questo contesto; ascolto la folgore, la parola che come folgore viene da quella cornice: quattro pareti basse, oscure, dalla prigione in cui geme l'Apostolo. In questo contesto, dice oggi l'Apostolo: «Fratelli, vi dico e vi scongiuro di non camminare secondo la vanità dei pagani, la vanità della loro mente. Voi non così avete imparato a conoscere Cristo Gesù, se proprio avete ascoltato Lui ed Egli vi ha istruiti, secondo la verità che è in Gesù». Sembra che l'Apostolo in questo momento voglia dire queste parole e pronunciarle come un giuramento: «Secondo la verità che è in Gesù». E invece di dire in Gesù: secondo la verità che è Gesù, «nella quale dovete deporre l'uomo vecchio, l'uomo vecchio, con la condotta di prima. L'uomo che corre dietro le fragilità umane, le passioni ingannatrici. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera». Uomo vecchio, uomo nuovo. Prima di Te eravamo dei pezzenti, a brandelli, a pezzi... Adesso siamo dei re! Ma prima - uomo vecchio - eravamo dei pezzenti. Adesso - uomo nuovo, creatura nuova - siamo dei re.

E il cammino (stupendo cammino!) è di ritornare a Te, perché tutto deve ritornare a Te, deve essere, come Gesù, tuo servo, o Padre. Tutto deve essere ridonato, restituito a Te. Un autore, in modo classico e con fede, dice: «Dobbiamo perdere la nostra vita come in un naufragio». Non fa che ripetere le parole del Signore: «Se perdete la vostra vita per me, la trovate. Se la perdete per me, la trovate». Dice l'Autore: «Dobbiamo perdere la nostra vita come in un naufragio», dirigere la prua della nave verso gli abissi, giù negli abissi dell'essere, con occhi d'aquila per scrutare bene questi abissi, senza sperare più nulla, senza temere più nulla: ci basta questa libertà infinita, come travolti da queste onde della verità e dell'amore. E tornare dunque a Lui perdendo tutto, per così dire. Sia come desidera l'Apostolo, la nostra vita, e lasciamo posto a Lui, perché viva la sua vita nuovissima in noi.

A questo tocco di cultura classica, un autore che parlava sì anche con fede, aggiungo un palpito di sapore mistico della vergine Santa Gertrude, la quale dice: «Refice me ex te, Domine!». Ristorami, refice, saziami Tu di Te - non so di che cosa, fosse anche il mondo intero! - di Te saziami! «Refice me!». Io sono una scintilla nel tuo fuoco. Io sono una stilla nella tua sorgente. Come può vivere una scintilla se non nel suo fuoco? Come può vivere una stilla d'acqua se non nella sua fonte? Questo fuoco, questa fonte sei Tu, mio Dio! Benedetto nei secoli. Amen.