Don Luigi Bosio
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Omelia del 03.09.1989

 

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Celebrazione Eucaristica della XXII Domenica del Tempo Ordinario (3.9.1989)

«Quanto è grande, o Signore, la tua bontà! Tu la riservi per quelli che ti temono». E' l'entusiasmo, l'ebbrezza, l'estasi del Profeta nella contemplazione di tutti i favori elargiti a lui dal Signore. «Quanto è grande la tua bontà, Signore! Tu la riservi a coloro che ti temono». Quanto è grande la tua bontà!

Ma se apro il testo latino e ascolto la melodia gregoriana, fiorita nei secoli sopra questo testo, scendono gli Angeli e sento il gemito della pietà materna della Chiesa. «Quam magna multitudo dulcedinis tuae, Domine, quam abscondisti timentibus te!». Il testo latino. «Quam magna!». Quanto è grande! «Quam magna multitudo!». Che montagna di bontà sei Tu, Signore! La moltitudine, la gran moltitudine «tuae dulcedinis» è tradotto: della tua bontà, la dolcezza quanto è grande! La sovrabbondanza della tua dolcezza, «tuae dulcedinis, quam abscondisti timentibus te». La dolcezza è il fior fiore della bontà, è il nettare del fiore della bontà. «Quam abscondisti» - perché sei così geloso, Signore! - è tradotto: questa bontà, questa dolcezza, Tu la riservi per coloro che ti temono, che ti amano. La riservi. Il verbo latino è «abscondisti»: Tu la nascondi, sì, la riservi. Vicino ad «abscondisti» ci sta bene la parola, la risposta di fede: «et revelasti», e hai rivelato a coloro che ti amano, ai pargoli, agli umili, ai semplici.

Così come canta l'inno. E' inno natalizio, ma inno di ogni tempo, della terra e del cielo. «Nec lingua valet dicere, nec littera exprimere: expertus potest credere, quid sit Iesum diligere». «Nec lingua valet dicere», nessuna lingua può dire che cosa sia questa dolcezza. «Nec littera exprimere», tutti i libri del mondo non sono capaci di descriverla degnamente. «Expertus», colui che ne ha esperienza, «expertus potest credere quid sit Iesum diligere», che cosa voglia dire amare Gesù. L'abbondanza, la sovrabbondanza, «magna multitudo dulcedinis tuae».

Così la Sapienza, oggi, anche nel Libro sacro dell'Ecclesiastico e nel Vangelo: sii semplice, sii umile, cerca l'ultimo posto. E quanto più sei grande, o credi di essere grande, tanto più umiliati. Entra nel nascondiglio, perché Lui ti parla, si confida, ti rivela i suoi segreti «in abscondito», di nascosto. «In corde tuo habe humilitatem et dabit tibi Deus altitudinem». Nel tuo cuore cerca di avere l'umiltà e Dio ti darà l'altezza, «et dabit tibi Deus altitudinem». «Veniet ad te», verrà da te e dimorerà con te, «in cubiculo tuo», nella stanza più segreta, nella cella nuziale, sul talamo nuziale. «In cubiculo tuo».

«Dicis, dic - imperativo! - quia stultus es et sapiens erit». Dici a te: "Sono uno stolto, sono povero, sono fragile, sono un niente". E sarai sapiente! E sarai sapiente! Vedi? Dillo «intus, in corde tuo», perché è vero quello che tu dici: sono un niente, «stultus sum et sapiens ero». Vedi? Tu hai gli occhi, tu ci vedi bene. Ma se non c'è il sole, cosa ti serve avere gli occhi e avere anche buona vista, se non c'è il sole? E il sole è Lui! Senza questo sole cosa vedi? Cosa puoi vedere?

Un abisso di dolcezza è la tua Liturgia, o Signore! Chiedetelo all'innocenza di un bambino. Chiedetelo alla felicità di una madre che stringe il frutto del suo amore. Chiedetelo a un sacerdote nel ministero suo, all'altare o nel silenzio del martirio del confessionale. Chiedetelo a un cuore puro. I puri vedono Dio! Beatitudine evangelica! Vedono Dio! Non: vedranno Dio. Vedono già Dio e lo fanno vedere. Se vuoi, se ti piace, chiedilo anche agli scienziati. Oggi sono in viaggio verso l'infinito. Hanno percorso - e noi con loro - velocissimi, chilometri di distanza e, velocissimi, in viaggio verso l'infinito, in viaggio verso l'infinito... L'infinito? L'hanno sfiorato appena... Soltanto l'infinito trova l'infinito.