Don Luigi Bosio
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Omelia del 10.09.1989

 

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Celebrazione Eucaristica della XXIII Domenica del Tempo Ordinario (10-9-1989)

A voi tutti la vera libertà. «Vobis credentibus in Christo, vera libertas». A voi che credete in Cristo Signore, la vera libertà. Così bello, ma così difficile essere veramente liberi! Essere liberi vuol dire comandare a se stessi. «Redigo me ipsum in servitutem», dice l'Apostolo. Riduco me stesso a servizio mio, in schiavitù mia. Devo comandare a me stesso, per non comandare agli altri (più comando a me stesso, meno comando agli altri), o per saper comandare agli altri, e per non condannare nessuno. E per non condannare nessuno. Ascolterò Lui: «Padre, non sanno quello che fanno». Questa è vera libertà.

La libertà di Paolo, modello e specchio di libertà. Dalla Lettera di Paolo a Filemone (l'avete già ascoltata): «Io, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero del Signore Gesù Cristo. Ti prego per il mio figlio Onèsimo, che ho generato in catene. L'ho rimandato a te, lui, il mio cuore. Avrei voluto trattenerlo presso di me, perché mi servisse nelle catene che porto per il vangelo. Ma non ho voluto fare questo, senza sentire il tuo parere, perché il bene che farai non lo facessi per costrizione, ma in tutta libertà, fosse spontaneo il bene che tu fai. Lui (Onèsimo, uno schiavo fuggito dal suo padrone Filemone) forse si è allontanato da te per un momento: perché tu lo possa riavere per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, fratello nel Signore carissimo, molto di più in primo luogo a me, ma quanto di più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore. E se mi consideri tuo amico, accoglilo come accogli me stesso».

Abbiamo ascoltato la parola di Paolo dalla bocca del Verbo. O abbiamo ascoltato la Sapienza e la Parola del Verbo dalla bocca e dalla penna dell'apostolo Paolo. Nella Santa Scrittura e nella Liturgia, ogni parola viene tradotta in sacramento. Non 'tradotta' (sa di scuola), ma convertita e consacrata. Non 'in ogni parola c'è Lui', ma ogni parola è Lui! Togli il Verbo, che cos'è la voce? Togli il Verbo che deve parlare in me (e voi ascoltate con me Lui), cos'è senza di Lui la mia voce?

La parola dell'apostolo Paolo, una Lettera brevissima, la più breve di tutte. Scrive a Filemone. Lo conosceva certamente. Forse, anzi, era suo figlio spirituale, questo ricco facoltoso, ma grande benefattore. Uno schiavo, Onèsimo, si vede che non lo serviva bene e il padrone ha dovuto prendere un provvedimento, e lui è fuggito, Onèsimo. E a Roma - provvidenza e misericordia divina - s'è incontrato con l'apostolo Paolo, il quale scrive questa Lettera brevissima: sono ventitré versetti, ci stanno sulla pagina di un libro, ventitré versetti. Scrive all'amico Filemone, in difesa di questo povero operaio scappato, fuggito. La Lettera è brevissima, una delle quattro Lettere cosiddette della prigionia di Paolo: Efesini, Colossesi, Filippesi e Filemone, scritte nella prigionia, in prigione, con le catene alle mani e ai piedi. Brevissima Lettera, perché le cose essenziali, quando si ha la grazia di soffrire molto, si esprimono con pochissime parole. Si dice solo quello che è essenziale. Nell'oscurità di una prigione e stretto in catene, credo che l'Apostolo non avesse tempo per inveire contro le ingiustizie del tempo, mentre era tutto avvolto e madido di sudore, di sangue e di fuoco. Scrive questa lettera, documento commovente, magna charta della vera carità e della vera libertà.

La ascoltiamo ancora: «Io, Paolo, vecchio - dice lui, vecchio - ora anche prigioniero del Signore Gesù Cristo, ti prego per mio figlio». Come? Onèsimo? «Mio figlio: sì, l'ho generato nelle mie catene. Sono stato padre, sono stato madre, qui nelle mie catene. Ora l'ho rimandato a te, lui, «viscera mea», il mio cuore. Ti mando il mio cuore. Onèsimo è il mio cuore. Avrei voluto trattenerlo con me, perché mi servisse nelle catene che porto per il vangelo. Ma non ho voluto farlo senza sentire il tuo parere, perché il bene che farai per lui tu non fossi costretto a farlo, ma fosse spontaneo. E perché lui non fosse più per te come uno schiavo, ma molto di più che uno schiavo, un fratello carissimo, prima di tutto a me e poi anche a te e quanto, sia come uomo, sia come fratello. Se mi consideri ancora come amico, accoglilo come accoglieresti me stesso».

Voglio mettere vicino a questa Lettera dell'Apostolo in catene un altro martire, poco lontano da lui, nel tempo e nel luogo, Ignazio martire, quando - in catene e alla vigilia del martirio - scrive: «Nunc vinctus, scio nihil concupiscere». Ora che sono ben stretto in catene, non desidero altro, perché non ho bisogno di altro. «Vera libertas! Divina libertas!».