Don Luigi Bosio
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Omelia del 15.09.1985

 

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Celebrazione Eucaristica della XXIV Domenica del Tempo Ordinario (15.9.1985)

Le prime parole del Testo Sacro Liturgico sono queste: «Signore, che i tuoi profeti siano trovati fedeli! I tuoi profeti, che abbiano tanta fede in Te!». Traduco in versione mistica e invece di dire "i tuoi profeti", dico: «Signore, i tuoi sacerdoti abbiano tanta fede in Te e nella tua Chiesa! Siano trovati fedeli». «Prophetae tui fideles inveniantur». Ho detto in versione mistica perché, per vocazione, per consacrazione, per carismi speciali, i sacerdoti sono profeti: di parole e soprattutto di opere con la loro vita. E' una mirabile profezia tutta la vita sacerdotale. «Che i tuoi profeti, i tuoi sacerdoti abbiano tanta fede in Te e tanta fede nella tua Chiesa!». E in prospettiva, in convergenza soprannaturale, dico questo appunto per la grazia della loro ordinazione sacerdotale e per il carisma dell'unzione che hanno ricevuto per essere veramente profeti autentici, proclamatori della fede, dell'Eterno e cantori dell'Infinito.

I sacerdoti sono i dispensatori dei Misteri. Siamo sacerdoti per dispensare i Divini Misteri. Quale missione più sublime! Dispensare i Divini Misteri! In una vita sacerdotale ci sono due profezie, grandissime profezie, di cui il sacerdote dà testimonianza ogni giorno e più volte al giorno, forse anche decine di volte al giorno: nel Sacramento dell'Eucaristia e nel Sacramento della Confessione. Che profeta, qui all'altare! Quale profeta più grande e più umile! Nel Mistero della Divina Misericordia, il Sacramento della Confessione, quale profezia!  Una, dieci, decine di volte al giorno. Che profeti, quali profeti i tuoi sacerdoti! Che siano trovati fedelissimi al loro ministero! Questo ministero: la Celebrazione Eucaristica, che è il loro ministero sacerdotale paterno. Nel ministero della misericordia, il loro sacerdozio diventa ministero sacerdotale materno. Mi avete seguito? Ministero sacerdotale paterno, ministero sacerdotale materno. Quali profeti!

Ho davanti a me il modello stupendo di grazia e di santità, il sommo Agostino, il quale mi mette sulle labbra, dal cuore, questa sua testimonianza che offro in dono a voi. Era vescovo di una diocesi piccolissima, Ippona, ma si trovava assediato (erano tempi tristi anche quelli, IV - V secolo) assediato da tante preoccupazioni e fatiche. Egli dice: «Perché, unde mihi me reddere rationem pro aliis? Quo mihi?». Perché io devo occuparmi di tante cose al di fuori del mio ministero sacerdotale ed episcopale? Perché? E dice: «Nam ad istam securitatem otiosissimam nemo me vinceret». Vuol dire Agostino: nel desiderio di una sicurezza oziosissima (l'ozio della contemplazione, dell'unione con Dio), la sicurezza di questa unione con Dio, nella sua vita sacerdotale, «nemo me vinceret». Alzo un po' la mia mano e gli dico: Agostino, adagio! Può essere qualche altro che corre forte! E corre forte, in questo desiderio struggente di contemplazione e di vita contemplativa! Soggiunge: «Nihil dulcius, nihil fecundius quam divinum scrutari, nullo strepente mysterium». Non c'è nulla di più dolce, di più fruttuoso che scrutare, «nullo strepente». Bello! Niente strepito! Prima di tutto dentro di noi il silenzio, poi anche intorno a noi, a protezione e a custodia di questo silenzio interiore. «Nullo strepente», non c'è nulla di meglio che scrutare i Divini Misteri.

Lo sapete che la santità dei sacerdoti dipende dalla vostra santità? Lo sapete? E lo sapete che la vostra santità dipende dalla santità dei sacerdoti? Buttiamoci tutti in ginocchio, come Pietro. Fossero qui tutti i sacerdoti del mondo, davanti a ciascuno mi butto ginocchioni, come Pietro davanti al Signore, e gli dico: tu, sacerdote, tu sei Cristo. Tu sei il Cristo. Tu sei il Cristo! A tutti i sacerdoti del mondo: tu sei il Cristo! Vuol dire quello che dicevano i pellegrini che si recavano ad Ars. Quando avevano veduto quell'umilissimo sacerdote, il Santo Curato d'Ars, Giovanni Battista Vianney, sapete che cosa dicevano? «Abbiamo visto Dio in un uomo!».