Don Luigi Bosio
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Omelia del 22.09.1985

 

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Celebrazione Eucaristica della XXV Domenica del Tempo Ordinario (22.9.1985)

«Sono Io la salvezza del popolo». Lo sentiamo un po' dappertutto. «Sono Io la salvezza del popolo». Sono le prime parole sacre dei testi Eucaristici della Celebrazione. «Salus populi Ego sum». Sono Io la salvezza del popolo. Mi sembri lontano... Avvicinati, o Signore! Lascia che ti dica: sei Tu la mia salvezza! La parola popolo è frustrata dall'uso, con tutto il rispetto per il popolo. E' così facile sdrucciolare nel populismo! «Sono Io la salvezza del popolo, sono Io la tua salvezza. Io solo!». Avete risposto nel Salmo: «Sei Tu, Signore, il mio sostegno. Tu solo!». Fà che abbiamo da godere del tesoro di questa Celebrazione e afferrare, quasi catturare, l'effetto della redenzione. Si sta compiendo, celebrando in questa Divina Eucaristia. In che modo? Risponde la Chiesa, la Madre: «Mysteriis capiamus». Il capere latino non è il capire italiano, intellegere, intendere. Il capere latino vuol dire avere capacità, tanta capacità, tanta larghezza, infinita, da poter accogliere i tuoi misteri. «Mysteriis capiamus». E non dice il testo: mysteria capiamus o intellegamus. Non si tratta di capire i misteri. Chino il capo, credo e adoro. E sono felicissimo.

Il bugiardo di professione disse: «Se mangerete di quel frutto, eritis sicut Dii». Sarebbe stato sincero se avesse detto: «Guai a voi, se mangerete, perché eritis sine Deo». Se mangerete, se disubbidirete, non eritis sicut Dii, ma eritis sine Deo: sarete dei senza Dio, atei. E' il crollo, la disubbidienza, il resistere a Lui che è l'unica mia salvezza, il crollo di ogni mio diritto. Il crollo... E rimango disfatto sotto le macerie, le mie stesse macerie. Se non piego il capo e mi lascio sommergere dal mistero, da questa luce infinita, da questo fuoco ardentissimo del mistero, la mia ragione crolla, impazzisce. Allora il Vangelo dice (lo posso applicare in questo momento): «Eicite in tenebras exteriores, ligatis manibus et pedibus: ibi erit fletus et stridor dentium». Cacciati fuori, buttati fuori. Non c'è bisogno di una sentenza dall'alto: è la mia voce, la mia coscienza che me lo dice. Buttato fuori, perdo la mia libertà, «ligatis manibus et pedibus, in tenebras exteriores», la mia ragione che è impazzita, non capisco più niente delle verità della fede. «Fletus et stridor dentium». Pianti, mordersi delle labbra e stridere di denti.

Pregavo con voi domenica scorsa per la santificazione dei sacerdoti. Lo sapete che la nostra santità dipende dalla vostra santità? E la vostra santità dipende dalla santità dei sacerdoti. Dico - se volete essere teologicamente esatti - non in modo assoluto, perché il Signore può fare anche senza di noi. Ma non lo fa, non lo ha mai fatto, senza dei suoi sacerdoti!

Una parola del profeta Ezechiele, il quale dice: «Speculatorem misi te domui Israel». Io ti ho mandato come speculator, osservatore, esploratore, sentinella alla casa di Israele. I sacerdoti sono le sentinelle sugli spalti, sulle mura delle città. Dite sentinelle, dite angeli visibili. Forse meglio, più chiaro e più gioioso. Commentando queste parole del profeta Ezechiele, San Gregorio Magno dice: dobbiamo essere «sicut aquila perlustrans mundum», noi come aquile che perlustrano, scrutano, vedono anche negli angoli più nascosti. E vanno in soccorso. «Sicut aquila perlustrans mundum», su cime altissime, per vedere molto lontano. Prima bisogna vedere molto vicino. Se si vede bene da molto vicino, si è capaci di vedere anche molto lontano. Ma prima bisogna vedere molto vicino. Ho i miei genitori... Ho i miei cari... Molto in concreto. Il popolo, l'umanità... Devo vedere molto vicino, poi vedrò molto lontano. Lo sguardo è immenso e avvolge!

«E chi sono mai io - dice con un lamento San Gregorio - chi sono mai io che invece di stare super montem operis, iaceo in valle infirmitatis?». Invece di stare sulla montagna dove compio opere meravigliose - nella mia contemplazione, nella mia unione con Dio - vado giù, iaceo in infirmitatibus meis, nelle mie fragilità, mente scissa et dilaniata. Quante cose ci spaccano il cuore e ci dilaniano, se non siamo molto vigilanti, noi stessi ministri del Signore.

Ascolterò quello che mi dice l'apostolo San Pietro. Forse San Gregorio Magno ha rapito la parola speculator dalla Lettera Seconda di San Pietro. «Speculatores facti magnitudinis illius». Noi siamo gli osservatori attenti, i contemplativi, gli estatici, con gli occhi fissi alla Sua grandezza. «Speculatores facti illius magnitudini», alla Sua grandezza.

Sento, sulla cima: «Tene silentium! Teneat te silentium!». Tieni il silenzio! Lascia che il silenzio tenga te molto stretto! Così farai palpitare di tenerezza, di gioia, di santità, di bellezza tutta la terra e tutti i cieli!