Don Luigi Bosio
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Venerdì Santo

 

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Venerdì Santo

Dove ci nascondiamo, noi miserabili e meschini cristianelli, che cosa diciamo e facciamo, come ce la caviamo, con che faccia ardiamo di mostrarci, se, dopo duemila anni di nostro cristianesimo, c'è ancora nelle nostre case chi non conosce Gesù; anche peggio, non lo vuol conoscere, proprio perché malissimo impressionato in proposito dalla nostra condotta? Come e in che modo osiamo presentarci in qualità di cristiani, quando Gesù nei Paesi cristiani è screditato come non si potrebbe più?

Gesù ha parlato della purezza di mente, di cuore e di carne: ebbene, non sarebbe un rinnovargli la sua passione e morte il solo ricondurlo per le vie delle nostre città, pavesate di sozzure e dipinte d'ignominia?

Gesù ha parlato, con i suoi amici, di povertà; ha detto che i ricchi non entreranno nei cieli sin tanto che non entra un cànapo nella cruna d'un ago. Ebbene, se torna nelle nostre case, potrà anche trovarci poveri: ma che razza di poveri! Poveri per disgrazia, poveri dispettosi, poveri rabbiosi, poveri rivoltosi e rivoltati. Nel nostro cuore, infatti, la povertà costituisce la peggiore condanna; e nella nostra storia - questo ci siamo detti, guardiamoci nel bianco degli occhi - nella nostra storia quel che vale è solamente il danaro e il rapporto del danaro. A Gesù sulla croce porgiamo in atto di sfida la borsa di Giuda, e gli gridiamo: Questo conta più della tua parola; vale più del tuo sangue.

Gesù ha parlato di amare il prossimo come noi stessi, d'un amore che consiste nel servizio del prossimo. Guardiamoci un poco intorno. Tutto è un servire, non però all'amore, bensì all'odio: la suprema ambizione è comandare, e la sola servitù buona è quella che ci conduce domani al comando. Come non c'è nessuno il quale, coscientemente, si avvia ad essere povero, a stentare e patire, così nessuno mai percorre quella che è la sola "carriera" degna di Gesù, perché conduce a servire, letteralmente servire, il prossimo. Facile dire, come diciamo, che noi in tanto si accetta di comandare in quanto, per un cristiano, il comando stesso è un servizio. Sacrosanta verità, ma chi oserebbe affermare che la pratica, che veramente comanda non per altro se non servire, unicamente servire? Che cosa pensare poi di quanti ignorano questa verità, e con la scusa di giovare agli uomini inscenano le tirannie più mostruose e sanguinarie; e nemmeno comandano, ma taglieggiano, seviziano, strangolano?

Il Signore agonizza tuttora, sopra la croce. Il venerdì santo non è tramontato ancora. Una muta d'iniqui lo circonda, ancora oggi, piuttosto ignari e pazzi, ma furiosi e crudeli. La Chiesa in disparte, con poche donne intorno e tra loro Giovanni, piange e non può nulla. Iddio, anche Iddio, sembra lontano. Che cosa facciamo noi? Con quale coraggio osiamo dirci cristiani? Non sorge nessuno a prendere il posto di Gesù, e liberarlo? Egli muore per noi, e nessuno muore per Lui? Oh sì, coloro soltanto che soffrono per Lui, i Martiri, oggi celebrano, con vivezza concreta, immediata, la morte lenta e dolorosa di Gesù in croce, e la celebrano, o condannati ad metalla, o nei ceppi delle segrete, o straziati nella carne e nello spirito stesso.

Felici loro, ai quali Iddio dà tanta grazia e tanta forza; e miseri noi che osiamo parlare della nudità di Cristo ravvolti nei nostri cenci eleganti, parlare del suo sangue frammezzo ai nostri comodi.

 

 

Don Luigi Bosio, Venerdì Santo, «Cittadella Cristiana», Aprile 1955, Anno VI, N. 59.