Don Luigi Bosio
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Andiamo a Giuseppe

 

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Andiamo a Giuseppe

Se questa è l'ora di Maria è senza dubbio anche l'ora di Giuseppe.

Non si può separare Giuseppe da Maria, come non si può separare Maria da Gesù.

Questo è l'ordine meraviglioso, il procedimento perfetto del piano divino della Redenzione: da Giuseppe si va a Maria; da Maria a Gesù; da Gesù al Padre.

Dalla penombra del nascondimento silenzioso di San Giuseppe al candore abbagliante della Vergine Madre; dal mistero della Croce agli splendori del Padre.

 

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Desideriamo ardentemente di dedicare un Altare a San Giuseppe nella chiesa parrocchiale. È un cardine, che ancora manca, alla solidità della Reggia di Dio. La pietra d'angolo giace nascosta sotto l'altare maggiore, o poco più a destra sotto le fondamenta. Gli altri cardini sono: l'altare della Divina Maternità, il Battistero ed il Confermatorio, opere stupende, che i nostri occhi non sono ancora sazi di osservare.

Ora, però, tutti i nostri sforzi (la mia debolezza e la vostra carità) devono tendere, e ciò per desiderio esplicito dell'Ecc.mo Vescovo, al Patronato "Gaudete", a tutto il complesso, cioè, delle Opere parrocchiali, che renderanno più efficiente il nostro ministero sacerdotale e la vita cristiana della Comunità. Una deroga al desiderio di Sua Eccellenza si potrebbe avere soltanto per un atto munifico d'un insigne benefattore, che elargisse la somma necessaria alla costruzione dell'Altare, che abbiamo nell'animo di costruire.

Con il crisma dell'ubbidienza noi potremmo veder così coronato il nostro desiderio.

Noi attendiamo, pregando, il segno della celeste approvazione, nell'aprirsi graziosissimo d'una mano, che si mostri trafitta dai chiodi della carità.

 

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Esponiamo umilmente le ragioni, che ci fanno tanto bramare la nuova Cappella.

La potremo chiamare:

La cappella del conforto, o del Sacramento dell'Estrema Unzione.

La cappella del silenzio.

La cappella in onore dell'Eterno silenzio.

La cappella della Provvidenza.

La cappella dei Patroni e dei Santi.

 

La Cappella destinata ad onorare il Sacramento dell'Estrema Unzione, nel ricordo del Transito soavissimo di San Giuseppe. Così sospireremo di giungere anche noi alla patria beata.

Nella Città di Dio, sette sono le sorgenti, cui corrono i cittadini per dissetarsi. Così l'ha veduta e descritta colui, che aveva gli occhi verginali, e che, prima di scrivere, intingeva la penna nel sangue dell'Agnello, sul cui cuore, nella Cena della Passione, aveva riposato. È una città tutta irrigata, sommersa e letificata dall'impeto delle molte acque.

Osserva, ora, la tua chiesa.

La senti, le vedi tu queste sette sorgenti?

Sono sorgenti di sangue e non d'acqua!

Accostati al Battistero, al Confermatorio, al Tabernacolo, al Confessionale, alla Cappella di San Giuseppe, all'Altare maggiore, alla Cappella della Divina Maternità. Ti ho richiamato, nell'ordine del Catechismo, i Sacramenti della vita cristiana.

Veramente, nella Cappella di San Giuseppe, tu non trovi che una polla d'acqua.

Daremo alla Cappella un'intonazione di serenità, quale si addice al Sacramento del conforto e non della paura; a quello, che è come l'ultimo ritocco della grazia, perché Gesù trasparisca tutto in noi, sulle soglie della visione beatifica. Ci soccorra, in quell'incontro, la protezione di Colui, che nella Cappella avrà il posto d'onore.

 

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La Cappella del silenzio.

Il silenzio è cosa sacra e non è da confondere affatto con il mutismo.

Ne è, anzi, tanto superiore, quanto,  ad esempio, la povertà è superiore alla miseria, o il timore alla paura.

Silenzio, povertà e timore sono termini di ricchezza interiore; mutismo, miseria e paura rivelano una insufficienza spirituale.

Con la nuova Cappella noi intendiamo onorare il silenzio di San Giuseppe ed il silenzio di Nazareth.

 

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La Cappella in onore dell'eterno silenzio.

Il nostro tempo è stato definito: una sintesi di rumori.

Mentre non vi può essere vita spirituale, né fecondità di opere nell'apostolato, se tutto non si elabora, prima, nella fucina del divino silenzio.

Nel silenzio della Santa Trinità: a quo, per quem, in quo omnia.

Leggi queste considerazioni, tratte da un libro abbastanza recente (in nota: Bevilacqua: Equivoci).

«L'eroismo esiste dove non si scopre e quando non se ne parla».

«Si è chiamata vita intensa non la vitalità dell'essere, ma l'esasperazione dell'emotività che illude, che impoverisce, che è depredatrice e non moltiplicatrice di gioia. Si è chiamato progresso un furore di produzione e di legiferazione.

Quante illusioni e quante menzogne!

La forza muscolare che manda in visibilio le folle nelle gare atletiche è la parodia dell'energia; la tecnica è un surrogato bastardo dell'ordine e dell'armonia. Il dominio della natura è un tentatore diversivo alla mancanza del dominio su di noi. Siamo dunque artigiani anziché artisti, paralizzatori invece che disciplinatori, poveri artefici al posto di creatori; valorizzatori invece che dispensatori degli insostituibili valori cristiani».

Il furore è tale, da trascinare nei suoi vortici anche gli eletti, se il Signore non tenesse ben pressata la sua mano sul loro capo.

 

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La Cappella della Divina Provvidenza.

Desideriamo la nuova Cappella per aprirvi quasi una succursale della Banca celeste, un recapito della Divina Provvidenza. Titolare e cassiere: San Giuseppe.

Qui entra un po' in campo l'interesse, ma all'ultimo posto.

La nostra fiducia è nella grazia della carità e nella fede degli umili.

Ci preme che ogni opera porti il sigillo di Dio.

Se così non fosse, ci auguriamo di cuore, che tutto sia ridotto, in questo stesso istante, in un mucchio di polvere.

 

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La Cappella dei Patroni e dei Santi.

Desideriamo giustificarci con coloro, che ci accusano d'una certa mania iconoclasta, quasi non volessimo saperne di Santi, né delle loro immagini.

Il posto d'onore in Cappella è riservato a San Giuseppe, che avrà alla destra San Luigi, Patrono della gioventù maschile, alla sinistra S. Agnese, patrona della gioventù femminile.

Essi si incontreranno con Stefano, Cecilia e Giorgio ospiti del Confermatorio. Più tardi ne scenderanno altri, non ad ingombrare le pareti, ma sulle vetrate, per lasciare meglio intravvedere il Cielo.

 

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Questo è il sogno!

Correndo a cuore dilatato, potremmo vederlo anche realizzato nella Notte Natalizia. Oppure rimandiamo al primo Maggio dell'anno seguente, nella prima celebrazione liturgica in onore di San Giuseppe Artigiano.

Ma senza voler forzare il piano divino.

Senza voler oltrepassare i sacri limiti dell'ubbidienza.

Come piace alla Provvidenza.

Come piace anche alla nostra carità.

[…]

 

 

Don Luigi Bosio, Andiamo a Giuseppe, «Cittadella Cristiana», Settembre 1955, Anno VI, N. 64.