Don Luigi Bosio
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La mia Pasqua. Nos autem sensum ...

 

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La mia Pasqua. Nos autem sensum Christi habemus

NOI ABBIAMO IL SENSO DI CRISTO.

Vi riferisco il testo del discorso, pronunciato nel pomeriggio pasquale. La mancanza di spazio non mi permette di riferirlo integralmente, e mi costringe ad omettere anche il tratto della Lettera di S. Paolo (1 Cor. 2.2-16), dal quale ho tolto l'argomento.

Nel commento alla Lettera, cercherò di lasciare intatta, il più possibile, la parola di Dio, per avvertire meglio in essa la presenza dello Spirito.

Insisterò sull'ultimo versetto: poche parole, in cui è condensato il mistero cristiano, o il mistero pasquale che ne è l'espressione più completa.

S. Paolo richiama continuamente la presenza dello Spirito. Già nel 4° Versetto, commentato nella Pasqua dello scorso anno, aveva affermato che la sua parola attingeva tutta la sua forza dallo Spirito.

Quello ch'io vi dico (v. 10) me l'ha rivelato Dio, mediante il Suo Spirito: quello Spirito che conosce a fondo i secreti della Trinità.

Le cose di Dio nessuno le conosce, se non lo Spirito di Dio (v. 11).

Noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo Spirito che è da Dio, affinché conosciamo le cose, che a noi furono donate da Dio (v. 12).

E noi ne parliamo con la dottrina, con la sapienza che viene dallo Spirito, e non con le ricercate parole della sapienza umana (v. 13).

 

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Io ho fretta di correre all'ultimo Versetto, quello che dovrà rimanere come ricordo ed insegnamento migliore di questa solenne celebrazione pasquale.

 

NOI ABBIAMO IL SENSO DI CRISTO

Lo possiamo illustrare subito con la contemplazione paolina del nono versetto?

«Occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuor d'uomo, che cosa ha Dio preparato per coloro che lo Amano!».

Anche S. Agostino si sforza inutilmente di dirlo: Ameremo lassù una certa luce, un certo profumo, un certo cibo e un certo amplesso interiore. Vi risplende una luce, che non può essere contenuta nello spazio; vi risuona una melodia, che non si esaurirà nel tempo; vi olezza un profumo, che non verrà disperso dal vento; si gusterà un sapore, che non sarà diminuito da nessuna asprezza; vi regnerà un'unione ed intimità tale, da non poter mai venire né esaurita né diminuita dalla sazietà.

Vita totius elegantiae et dignitatis plenissima!

Una vita elegantissima e dignitosissima!

O Signore, fammi passare dagli ardori di questa vita mortale e passeggera tra mille pericoli e continui sudori, sotto il dolce refrigerio della Tua aura vitale. E mentre passo, quasi dormendo, ch'io possa reclinare il mio capo stanco, almeno per un po' di tempo, sopra il tuo Seno (S. Ag. Medit.).

 

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NOS AUTEM SENSUM CHRISTI HABEMUS.

Noi abbiamo il senso di Cristo.

Che cosa vuol dire: possedere il senso di Cristo, se non avere quasi i sensi stessi di Cristo: i suoi occhi, il suo udito, il suo odore, il suo gusto, il suo tatto? Soprattutto la sua mente, il suo cuore e la sua anima?

Il Card. E. Suhard arciv. di Parigi, nell'anno 1948 indirizzava ai suoi fedeli una Lettera Pastorale dal titolo: Il senso di Dio. Alla domanda angosciosa se il mondo possedesse ancora questo Senso, Egli rispondeva:

Se voi passate in rassegna tutte le manifestazioni dell'assenza di Dio nel mondo, ne soffrireste fin nella carne.

È come una lenta soffocazione, che tutti ci minaccia, e dalla quale, con un impeto di sdegno, occorre al più presto liberarsi.

È un veleno sottile, che si assorbe continuamente attraverso tutti i sensi, tanto più pericoloso, in quanto fa morire, e sembra che non condanni a morire le proprie vittime.

Si vive come se Dio fosse al nostro servizio!

Non noi obbligati a Lui; ma Lui a noi!

Si parla di Cristo lavoratore, di Cristo nostro fratello, e non scorgendo di Lui che l'aspetto ed affetto umano si smarrisce il senso del sacro e il senso del peccato.

Così, per una serie di smarrimenti e di errori:

L'igiene si chiama purezza.

Lo sport si chiama sacrificio e dovrebbe sostituire la mortificazione cristiana.

La filantropia si chiama carità.

La fiducia nell'indefinita possibilità di progresso si chiama speranza.

La licenza si chiama libertà.

La tecnica si chiama felicità.

Il Sacerdote sarà all'altezza dei tempi se organizza gare sportive; se difende diritti ad oltranza e fa l'agitatore sindacale; se lavora in tuta in una fabbrica; se costruisce ambienti ricreativi.

Come se la vera grandezza di una missione sacerdotale non consistesse più nella celebrazione della Messa, nel martirio del Confessionale, nel raccoglimento della preghiera e nel nascondimento della contemplazione.

"Che conta, anzitutto, è l'azione, il rendimento, una colonna di giornale, mentre il valore profondo del silenzio e dell'insuccesso è raramente inteso.

Quelli che lavorano al compimento della creazione corrono il pericolo di trovare tanta gioia nel sistemare la città terrena, da dimenticare il modello, di cui deve essere l'immagine e dove ci porta. Invece di lasciar tutto per la perla inestimabile, tutto si cerca e si smarrisce la perla, si consuma il tesoro, si spegne la luce: rimangono i doni umani, l'agiatezza, le attenzioni, ma il cuore  nel vuoto e nell'angoscia".

"Credenti, che non accettano Dio, ma Lo scelgono: lo fabbricano e modificano da loro stessi.

Dio al nostro servizio, dunque? Sì, ma perché ritorniamo a Lui, non perché ci sentiamo troppo sensibili nei nostri diritti, ma perché a Lui ci avviciniamo nel compimento dei nostri doveri e nella pratica della Sua legge".

 

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NOS AUTEM SENSUM CHRISTI HABEMUS.

Possediamo il senso di Cristo nella famiglia?

Citiamo una semplice risposta del Catechismo: il Matrimonio è il sacramento, che unisce l'uomo e la donna, come sono uniti Cristo e la Chiesa.

È una risposta ed una visione stupenda!

Due sposi, due anime: uniti come Cristo e la Chiesa!

Chi può descrivere questa santa unione dove tutto è purezza e fecondità, delicatezza e speranza di vita?

Quale è stato il senso di Cristo nell'istituire il Sacramento del matrimonio?

Nel matrimonio cristiano non rimane che il corpo di Cristo e la presenza della Chiesa.

È un linguaggio mistico sublime!

Il Sacramento, che tra tutti sembra il meno spirituale, quasi il più legato e sacrificato alla materia, tutti li supera per la sublimità del suo simbolismo.

Vi trionfa l'amore divino di Gesù e la castità verginale della Chiesa.

Nello sfolgorio di questa luce, si può affermare non esservi sulla terra una condizione di vita più elevata, più feconda e più felice di quella di colui, che per un ideale altissimo di santità rinuncia alla formazione di una famiglia, per vivere come Cristo e la Chiesa, come Cristo nella sua Chiesa.

E come nessuno è più utile, oggi, al mondo di queste Creature verginali, votate ad una missione angelica, così non vi è stolto più lontano dal senso di Cristo di colui che, incapace di percepire l'opera e di ammirare il capolavoro dello Spirito di Dio, ne schernisce le membra più delicate e le mitiche Spose.

 

Entrate, ora, nelle case e visitate le famiglie del nostro tempo.

Ecco un'osservazione del Card. Suhard, citato più sopra: Si fa di tutto, con la sollecitudine, che commuove, per procurare ai figli ogni giorno tutto quanto occorre, anche tra le famiglie più sprovvedute; ma si fa per i corpi soltanto: salute fisica ed igiene sono ormai idoli, cui si sacrifica ogni altra cosa.

Case vuote e focolari spenti: spavento dei figli e terrore della sofferenza! Gli angeli della pace vi stanno a piangere amaramente, in attesa che il giardino fiorisca e prendano il volo, in quel nido, quelle candide colombe, che son destinate a portare la grazia ed il sorriso in tutto il mondo.

 

NOS AUTEM SENSUM CHRISTI HABEMUS.

Possediamo noi il senso di Cristo nella Domenica?

Che vuol dire, avere questo senso di Cristo nella Domenica, se non sentire quello, che GESÙ ha sentito nel giorno, in cui Egli è risorto e nel quale ha mandato il Suo Spirito sopra la Chiesa?

Un giorno di Sole e di Fuoco!

Un giorno di luce e di amore!

Il giorno della Liturgia solenne, celebrata al mattino con un sacrificio di Sangue e nell'ora vespertina con un sacrificio di lode, nella letizia del canto e nel sollievo dell'istruzione catechistica.

"Nos autem non spiritum hujus mundi accepimus".

Poiché noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo.

Com'è la Domenica nello spirito del mondo?

La scadenza settimanale d'una S. Messa, ascoltata con una indifferenza desolante. Mezz'ora di tempo, sacrificata stentatamente ad un obbligo, dal quale non ci si può esimere senza una colpa grave. Poi tutto diventa lecito per un bisogno insopprimibile di svago e di riposo. Come se dedicare tutta la Domenica al Signore fosse una gravosa fatica, che creasse in noi un clima di stanchezza e di solitudine.

Intendo riferirmi specialmente al pomeriggio domenicale, devastato con particolare accanimento dallo spirito del mondo, cercando di togliere ad esso quanto di sacro e di intimo, di quieto e di sereno vi aveva impresso lo spirito cristiano.

"Chi - scrive ancora l'Arcivescovo di Parigi - ascoltata la S. Messa, continua a sentirsi immerso nel Giorno del Signore, nelle preghiere, nella celebrazione e nella pace?

Immerso nel Giorno del Signore!

Così, come un pesce che guizza sicuro nelle profondità dei mari; come l'uccello, che cantando si libra felice nell'azzurro del cielo.

Immerso nell'onda della preghiera e della sacra melodia, mentre la Comunità si trova raccolta sotto le navate di questo magnifico tempio e trascorre le sue ore più belle accanto all'Ospite divino del Tabernacolo.

Immerso nel Giorno del Signore e non sepolto tra le mura d'un ritrovo mondano, dove tante innocenti giovinezze si sono scavate la tomba.

 

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NOS AUTEM SENSUM CHRISTI HABEMUS.

È sceso in noi questo Spirito, questo senso di Cristo nella celebrazione della Liturgia pasquale?

Lo sentiamo fremere dolcemente nell'anima, nel cuore, nelle membra del corpo?

Se rileggessimo ora le parole dell'Apostolo, la Pasqua cristiana ne balza fuori in tutto il suo splendore.

Sapienza di Dio in mistero!

Chi di noi avrebbe peccato o tornerà a peccare sapendo di crocifiggere il Signore della gloria?

Chi può descrivere quali cose Dio ha preparato per coloro che Lo amano? Occhio non l'ha mai veduto, orecchio non l'ha mai sentito né cuore umano l'ha mai provato!

 

Siete venuti alla Casa del Signore?

Come avete vissuto i giorni della Passione?

Avete pianto accanto alla Croce di Gesù, nel giorno della Sua morte?

Avete amorosamente vegliato questa Notte presso il Suo Sepolcro, nell'attesa e nella certezza di risorgere con Lui?

Avete cantato il tenerissimo "Ubi caritas"?

Il mestissimo "Popule meus"?

Il trionfale "Alleluia"?

Risorti con Cristo, cercate e gustate le cose di lassù.

[…]

 

 

Don Luigi Bosio, La mia Pasqua. Nos autem sensum Christi habemus, «Cittadella Cristiana», Aprile 1956, Anno VII, N. 71.