Don Luigi Bosio
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Pascha nostrum 1959

 

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Pascha nostrum 1959

«Intorno alla grandezza del Sacerdozio di Cristo abbiamo a dire grandi cose e difficili a spiegarsi: poiché siete diventati tardi ad intendere».

Il brano è tolto dalla Lettera agli Ebrei, stupenda esaltazione della grandezza sacerdotale di Gesù.

L'Apostolo ne parla con cuore traboccante d'entusiasmo in nove capitoli du tredici.

Ogni commento nuoce, specialmente se ristretto ai quattro versetti, riferiti nel testo latino e nella traduzione.

Meglio sarebbe leggere devotamente tutti i capitoli, e lasciarne l'interpretazione alla pietà, mossa dolcemente dal soffio dello Spirito.

 

«GRANDIS SERMO»

 

Che grande discorso dovremmo fare, che grandi cose dovremmo dire!

O Divin Sacerdote, splendore della gloria del Padre!

O ineffabile Verbo, sapienza e lode eterna della Trinità!

O grandezza dei miei poteri sacerdotali, superiori a quelli degli Angeli!

O regalità, o maestà del vostro sacerdozio, in virtù del quale voi offrite volentieri la vita in olocausto gradito a Dio, ed entrate nel Coro della lode perfetta!

Questo, sì, è conquistare i Cieli e possedere la terra.

Sentirsi ricolmi di grazia, ed impazzire di gioia.

 

*     *     *

 

Ma quante cose ci rimangono ancora da dire!

E difficili a spiegarsi.

Perché siete diventati tardi ad intendere.

Perché tardi ad intendere?

Forse non avete avuto sufficiente istruzione?

O ci venne meno la materia d'insegnamento?

Forse non c'è stata esposta con la necessaria chiarezza e semplicità?

Abbiamo ancora grandi cose da dire.

 

*     *     *

 

E come le potremo dire, a chi non può sostenerne di piccole?

Forse è troppa la luce, che ferisce la pupilla degli occhi, e li costringe a chiudersi?

Come presentare la divina gentilezza della Liturgia, a chi non risponde agli inviti più affettuosi, nella disciplina delle cose comuni?

Come affidare un tesoro immenso, a chi non ha responsabilità nel custodirlo?

Chi potrà vedere le cose celesti, se davanti a sé ha la parete, accecante ed opprimente, delle cose temporali?

Non sono qui, con il mio carattere e la mia missione sacerdotale per guidarvi in una lotta politica, o sindacale; né per costruire case ed organizzare competizioni sportive. L'ideale, cui aspiro assieme a voi, è immensamente più bello, più vero e più giusto. Un ideale di santità, che non ostacola affatto le legittime aspirazioni per un tenore di vita più onesto; d'uno svago, che non compromette le caste, ineffabili delizie, nascoste nella legge della rinuncia e della mortificazione cristiana.

Sarebbe facile dirvi, che avete soltanto dei diritti, mentre abbiamo tutti, molti e gravi doveri verso noi stessi, verso il prossimo, verso l'autorità, verso la Chiesa; se vogliamo fare onore al nostro nome cristiano.

E se possedeste un mondo intero, che gioverebbe se avete smarrito la fede, se la vita è rimasta avvelenata, se il Cielo si è spento nei vostri cuori e sulle vostre famiglie?

Non pensate ch'io sia disposto a gettare ponti, ad accettare compromessi, con chi vi ha avviliti, annientati quasi, nella vostra sublime dignità di figli di Dio.

Lotta aperta senza tregua e senza confini.

Con una compassione immensa per i figli lontani, e con le braccia sempre aperte nell'attesa del loro ritorno.

Non parlo e non agisco quasi per un improvviso impulso di personale risentimento, ma con lo zelo e lo sdegno santo di chi vede calpestato, con ostentata spavalderia, il Mistero della mia fede e della vostra.

Ascoltate una pagina del Vescovo e Martire S. Giustino (morto nel 258); sembra uscir nuova ed attuale dalla mia penna, in questo momento:

«…Le splendide e meravigliose virtù di coloro, che non vacillarono nella fede, sono turbate da una sola mestizia; sono velate di tristezza perché la ferocia del nemico ci ha strappato una porzione delle nostre viscere, ha fatto strage di noi.

Che fare in questi momenti, o miei carissimi? Che cosa dirò, come parlerò a voi? Io che sento l'animo sconvolto da vari turbamenti? Più che le parole ci vogliono le lacrime per esprimere tutto il dolore per la ferita aperta nel nostro corpo, per piangere la grande perdita d'un gregge una volta numeroso. Chi è tra noi tanto insensibile e freddo, tanto dimentico della fraterna carità, che resti a ciglio asciutto in mezzo a tante rovine, in mezzo a tanti deformi e squallidi resti, e non scoppi invece in pianto e non parli con le lacrime prima ancora che con le parole?

Me ne rattristo, o fratelli. Me ne rattristo con voi, né la mia integrità personale può lenire i miei dolori, perché si sa che il pastore è maggiormente ferito nelle ferite inferte al suo gregge. Unisco intanto il mio cuore a quello di ognuno di voi; condivido con voi il peso della tristezza e del dolore; piango con quelli che piangono, gemo con quelli che gemono, credo di star vicino a quelli, che giacciono a terra avviliti.

In mezzo ai fratelli afflitti, l'amore afflisse anche me».

L'animo mio è grandemente preoccupato per l'avvenire della gioventù e per l'innocenza dei piccoli. Dovranno essi, forse, gridare nel giorno del giudizio contro i genitori: «Furono essi a negarci la maternità della Chiesa e la paternità di Dio»?

 

*     *     *

 

12.  «Etenim cum deberetis magistri esse propter tempus, rursum indigetis ut doceamini quae sunt elementa esordii sermonum Dei: et facti estis quibus lacte opus sit, non solido cibo».

 

Mentre per riguardo al tempo dovreste essere maestri, avete bisogno che vi insegnino di nuovo i primi rudimenti della parola di Dio; e siete tali da aver bisogno di latte e non di solido cibo.

In verità, con l'abbondanza dell'istruzione avuta, dovreste essere dei provetti maestri di Liturgia e degli esemplari di vita cristiana.

Voi sapete con quale umiltà e tenacia abbiamo cercato di condurvi alle Fonti; né abbiamo solo parlato di Liturgia e di bellezza del Mistero cristiano, ma abbiamo cercato di offrirvi delle celebrazioni liturgiche, che fossero curate, con scrupolosa diligenza, nelle preghiere, nei canti, e nello splendore del sacro Rito.

«Deberetis esse Magistri».

Dovreste essere maestri!

«Invece avete bisogno che vi insegnino di nuovo i primi rudimenti della parola di Dio».

Non lo dico a tutti.

Come potrei tacere la mia lode e nascondere la mia ammirazione per coloro, che sono rimasti prede gelose dell'Altare, del Tabernacolo e dell'Ufficio divino?

Ma a quanti devo ancora suggerire le cose minime, senza la cui fedele osservanza è impossibile salire alle maggiori?

Ancora io devo raccomandare di rispettare le sedie, di prendere cortesemente posto nei banchi, di aprir bocca almeno nelle risposte più brevi della preghiera liturgica, di seguire i movimenti più facili del Sacerdote, che agisce all'Altare a nomi di tutti! Se non colpite l'egoismo in radice, dove potrete accogliere il mistero dell'ubbidienza e della povertà di Gesù? Come potrete avere la sensazione e il godimento della vostra grandezza sacerdotale?

Come porterete il legno della Croce e il peso della gloria di Dio, se vi accasciate sotto un granello di sabbia?

«Siete tali da aver bisogno di latte, e non di solido cibo».

Vi lasciate, almeno nutrir di latte!

«Chi si nutre ancor di latte, non è pratico della giustizia: poiché egli è bambino».

 

13.  Ma il cibo è per i perfetti: per coloro i quali per consuetudine hanno i sensi esercitati a discernere il bene e il male.

 

Dunque, per il cibo solido occorrono dei sensi esercitati.

Non si scala, senza ardue difficoltà, una parete rocciosa.

Non si conquista un palmo, se non è intriso di sudore.

Ma, a palmo a palmo, sulle mani degli Angeli e sulla destra di Dio, si arriva ansimanti alla vetta.

Al Calvario, al Tabor e al Cielo.

In un mare di sangue, di luce e di gloria.

È il mistero della Redenzione.

Lo stesso Mistero, che opera nella mia grazia sacerdotale.

Il Mistero, che riveste anche voi di una regale dignità; vi offre la capacità, l'obbligo e la gioia di vivere da santi.

Questo è cibo solido e perfetto!

 

 

Don Luigi Bosio, Pascha nostrum 1959, «Cittadella Cristiana», Aprile 1959, Anno X, N. 107.