Don Luigi Bosio
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In nocte Nativitatis Domini ...

 

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In nocte Nativitatis Domini 1959

Cantico dei Cantici - Capo 2

 

v.1.  EGO FLOS CAMPI ET LILIUM CONVALLIUM.

 

Io il fiore del campo e il giglio delle valli.

 

"Liber dulciter contemplari in silentio, quod laboriosa non sufficit esplicare locutio.

Utinam et mihi de superno Altari, non quidem carbo unus, sed ingens globus igneus afferatur, qui videlicet multam et inveteratam prurientis mei rubiginem ad plenum excoquere sufficiat"  (Bern.).

Meglio sarebbe contemplare in silenzio, quello che le parole stentano tanto a spiegare.

Oh! se anche a me fosse portato dall'Altare celeste, non un carbone solo, ma un ingente globo di fuoco, che fosse sufficiente a bruciare la troppa ed invecchiata ruggine della mia bocca, incapace di tacere!

 

*     *     *

 

Ricordate il commento al Cantico, nella contemplazione dello scorso Natale? Diceva la Sposa:

"Oh! quanto sei bello, o mio Diletto; quanto sei bello! Il nostro piccolo letto è fiorito".

Coperto di quali fiori?

Le risponde ora lo Sposo "ambitiosus amator, et informator benignus":

"IO IL FIORE DEL CAMPO E IL GIGLIO DELLE VALLI".

Come dicesse: Sono io la tua bellezza e la tua gloria.

 

*     *     *

 

Perché ha detto: IL FIORE DEL CAMPO?

Si possono cogliere fiori in un giardino, in un campo, ed anche entro una stanza, che ne fosse adorna.

Perché ha preferito chiamarsi: Fiore del campo?

I fiori crescono in un giardino, in un campo; non crescono in una stanza, o sopra un talamo nuziale, che ne fosse cosparso. Anche qui risplendono ed olezzano i fiori, ma non vigorosi e freschi, come nel giardino e nel campo. Rimangono come vi furono collocati, ed è necessario sostituirli frequentemente, perché non conservano a lungo né il profumo né la bellezza.

Ora rifletti!

Quella stanza, quel talamo è il tuo cuore. Non è sufficiente aver compiuto del bene una o due volte, ma è necessario aggiungere fiori a fiori di bontà, perché seminando benedizioni raccoglierai benedizioni.

Altrimenti il cuore inaridisce e marcisce.

In un giardino non è così; e nemmeno nel campo. Eppure anche questi fiori differiscono tra di loro, perché i fiori di giardino hanno bisogno della mano e dell'arte dell'uomo, mentre il campo produce fiori da sè, senza il bisogno d'alcuna attenzione umana.

Lo riconosci tu quel Campo, non solcato dall'aratro, non scavato dalla zappa, non seminato e non fecondato da mano d'uomo, pur tuttavia adorno d'un Fiore così distinto?

"Ecco il profumo di mio Figlio! È come il profumo d'un campo coperto di fiori, ricolmo della divina benedizione"  (Gen. 27,27).

Era ancora ben lontano dall'apparire, e dava già il suo profumo. Lo presentì il santo vecchio, e cadente Patriarca, cieco nella vista, ma finissimo nell'olfatto, ed esplose di gaudio.

Fiore eternamente vigoroso, ha voluto che non si pensasse nemmeno ad opera umana nel suo spuntare; per questo, graziosissimamente e convenientissimamente ha detto d'essere "IL FIORE DEL CAMPO".

Nato, cioè, in modo verginale, e rimasto integro dalla corruzione, perché si adempisse la profezia: "Non permetterai che il Tuo Santo veda la corruzione"  (Ps. 15,10).

 

*     *     *

 

Svolgi e penetra ancora entro la corteccia della lettura; vedrai quali segreti vi tiene nascosti la Divina Sapienza.

Ecco i tre fiori: la verginità, il martirio, la buona azione.

La verginità nel giardino, il martirio nel campo, l'azione buona nel segreto della tua camera.

La verginità nel giardino; perché?

Quanto è pudica! Fugge il pubblico, predilige gli angoli più remoti, è paziente nella disciplina.

Nel giardino il fiore è custodito da un recinto, mentre rimane esposto nel campo; sul talamo, poi, viene sparso.

Tu senti, che la Santa Scrittura parla di un giardino chiuso, di una sorgente sigillata  (Cant. 4,12).

Tutto ciò indica la gelosia del pudore nella vergine.

Perché il martirio è "fiore di campo"?

Perché i martiri vengono esposti al ludibrio di tutti, fatti spettacolo agli angeli e agli uomini.

Perché l'azione buona è "fiore di talamo"? Come un fiore sparso su un letto nuziale?

Perché là, dove posa questo fiore, la coscienza è quieta e sicura. Perché, dopo le fatiche sante dell'apostolato, essa riposa più tranquillamente nella contemplazione, tanto più, quanto maggiormente s'era prima sfinita nelle opere della carità.

 

*     *     *

 

Eccoti, dunque, nella contemplazione e nell'estasi del mistero Natalizio.

O Verbo fatto carne, vaghissimo Fiore di giardino! Vergine, uscito da un virgulto vergine!

O Verbo fatto carne, freschissimo Fiore di campo! Martire; modello e corona dei martiri.

Trascinato fuori della città, sollevato sulla Croce, esposto agli occhi di tutti, da tutti deriso.

O Verbo fatto carne, delicatissimo Fiore nuziale, specchio ed esempio d'ogni beneficenza, divino Benefattore: "È passato, facendo solo del bene, e sanando tutti"  (Act. 10,38).

Perché, allora, ha preferito chiamarsi:

"FIORE DI CAMPO"?

Ha voluto infondere coraggio alla sposa, disponendola alla pazienza, sapendola esposta alle persecuzioni, se avesse piamente voluto vivere in Cristo.

Come le dicesse: In campo aperto, là dove ferve la battaglia, vedrò se mi sei fedele seguace.

Tu desideri la quiete, io ti invito con insistenza alla fatica, perché soltanto attraverso molte tribolazioni è possibile entrare nel Regno dei Cieli.

Queste le sincere dichiarazioni d'amore alla nuova Chiesa, alla nuova Sposa, prima di ritornare al Padre.

"Verrà il giorno, in cui chi vi uccide, crederà persino di prestare ossequio a Dio"  (Jo. 16,2); e "se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi"  (Jo. 15,20).

IO IL FIORE DEL CAMPO ED IL GIGLIO DELLE VALLI.

IO IL FIORE DEL CAMPO.

La Sposa indica il letto fiorito, e lo sposo chiama alla campagna e alla battaglia.

E la chiama, precedendola sul campo di battaglia, promettendole se stesso come premio.

Campione nella lotta, e corona di gloria al vincitore.

O Signore Gesù, specchio a chi patisce, e premio di chi patisce!

Due funi fortissime mi legano a Te: Ti vedo combattere e Ti aspetto, non solo perché mi porrai in capo la corona della vittoria, ma perché Tu stesso sarai la mia corona.

"Trahe me post Te": afferrami e portami con Te.

Ti seguo volentieri, ed ancor più volentieri mi riposerò in Te, dopo l'ardua lotta. Se sei così buono, o Signore, con chi Ti segue, che sarai con chi Ti possiederà?

EGO FLOS CAMPI: Chi ama scenda in campo, venga alla guerra, mi sia a fianco ed entri nella mischia; e possa dire: "Ho sostenuto la buona battaglia".

 

*     *     *

 

EGO LILIUM CONVALLIUM.

Io il giglio delle valli.

Per questo Egli aggiunge d'essere "il Giglio delle valli", per insinuare che soltanto gli umili sono idonei al martirio.

Come dicesse: Io sono la corona degli umili; indicando con la eretta e sicura posizione di questo fiore, la gloria speciale riservata agli umili nella futura esaltazione. Verrà infatti il tempo, quando ogni valle sarà colmata, le montagne e le colline verranno abbassate, ed apparirà "il candore di vita eterna"; non il candore delle colline, ma delle valli.

Dice la S. Scrittura: "Il giusto fiorirà come giglio"  (Os. 14,6).

Chi è quel giusto, se non l'umile?

Quando egli stava chino davanti al Battista, il padrone in umile atteggiamento davanti al servo, mentre questi tremava davanti alla maestà: "Fai, gli dice Gesù; è così ch'io devo far traboccare ogni misura nella giustizia e nella santità", lasciando intendere che la consumazione della giustizia sta nell'umiltà. Questa è la valle: Il giusto umile.

E se umili saremo trovati, spunteremo anche noi come il giglio, e fioriremo in eterno davanti al Signore.

Non sarà proprio allora, ch'Egli confermerà d'essere "il giglio delle valli", quando rinnoverà il corpo della nostra umiliazione, lo immergerà nella chiarezza del Suo, inabissandolo in un mare di luce?

 

*     *     *

 

Nel cupo Medio Evo, S. Bernardo così effondeva la sua anima dolcissima, commentando il Cantico ai suoi Monaci.

Io ho attinto ad occhi chiusi a quella fonte, non distinguendo tra monaci e fedeli, tra quei tempi oscuri e i passi giganteschi del progresso.

Così non mi rendo conto delle urgenti necessità, in cui il mondo si travaglia! Mi ostino a sospendere i miei sogni ad una ragnatela, ed a vagare distratto sulle nubi!

Non sono sensibile alle istanze sociali, all'oppressione dei deboli, alle sofferenze dei malati, ai disagi dei poveri…

Nel silenzio di Dio, ciò non mi fa paura.

Sono Sacerdote per la mia Messa, per la lode divina, per la preghiera assidua, e per condurre le anime alla santità.

Devo rimuovere una cosa sola, un solo ostacolo, sul mio e vostro cammino: l'offesa al Signore.

Devo educarvi ad una delicatezza di coscienza, che la morte sia un nulla, e mille volte desiderabile, a paragone del peccato.

Devo darvi la certezza, che un palpito di fede nel mistero della grazia, supera infinitamente ogni ricchezza dell'universo.

Devo dimostrarvi, con lo splendore della Liturgia, che il Paradiso è veramente a portata di mano, se questa almeno si apre per ricevere gli inestimabili doni di Dio.

E se non credete all'amore, a che cosa crederete?

Altrimenti dov'è la forza di Dio, che ha preso le mosse dall'umiliazione di Betlemme, per compendiare tutto nell'obbrobrio della Croce e nel silenzio Eucaristico?

 

*     *     *

 

IO IL FIORE DEL CAMPO E IL GIGLIO DELLE VALLI.

Una parola della Divina rivelazione ha l'intrinseca efficacia di tutto risolvere ed aprire la via alla prosperità e alla salute; soprattutto alla pace, alla serena accettazione del dolore, al desiderio dei patimenti, alle sommità della perfezione. Prenderò nuovamente in mano il mio Fiore campestre, ed il mio Giglio.

Oh! ineffabile bellezza di questo Fiore e di questo Giglio, agli albori appena della visione beatifica!

Da quale radice esso spunta?

Di che trabocca il suo calice?

Dio da Dio, Luce da Luce!

È il Cristo di Dio.

Il suo splendore.

Il suo respiro.

Il suo riposo.

La sua vita.

 

*     *     *

 

Gioventù carissima, e carissimi genitori: Ecco gli ideali di una vita, per tutti angelica.

Qui c'è purezza, castità e verginità a profusione.

Non so dire, non so dire!

Conviene pregare.

Siete il Tempio di Dio.

Una santa Assemblea, vestita di luce.

Che gioverebbe il Natale, se non ritornate a casa, stringendo fortemente al cuore questo Giglio?

Se non Gli giurate amore, a prezzo della morte?

 

*     *     *

 

Nella notte, la luce.

Nel silenzio, un grido.

Notte e silenzio necessari a non rendere scialba la luce di Dio, a non violare il sacro silenzio, che avvolge la Sua vita e la Sua Eucarestia, la Sua parola e le Sue opere.

Condizioni le più favorevoli, per l'inaugurazione della nuova Cappella di San Giuseppe.

Sia di consolazione e di benedizione a voi, vederla soffusa d'una bellezza soprannaturale, che ne riveli la perfezione non tanto squisitamente artistica, ma come prodigio, uscito da una mano maestra: la destra di Dio.

Meta di lungo e santo desiderio, vi piaccia chiamarla la Cappella del Silenzio. Anche nel presentarla ai vostri occhi trasognati temiamo tradire, con la parola e l'apprezzamento umano, gli inviolabili segreti, che la circondano.

Non vi insegniamo "dotte favole".

Vi riteniamo e stimiamo degni di sostenere "la sana dottrina della verità ".

Non stiamo qui per accarezzarvi le orecchie, ma per toccarvi il cuore e ferirvi l'anima.

Non dico: Guardate questa Cappella, ma ponetevi in contemplazione davanti ad essa.

Lo farete al termine di questa solenne celebrazione.

Non sembra lecito provocare quasi un'interruzione nella Messa, e togliere gli occhi dall'Altare Santo.

Lasciate che la notte e il silenzio dominino sovrani.

Ecco! Avete superato ogni ostacolo; calpestate con il piede la materia, siete entrati nell'ammirazione d'un'opera, che riproduce fedelmente la perfezione del creato, siete saliti sul gradino dell'intuizione, ed avvertite tutto all'intorno lo spirare del soffio di Dio.

Ora voi stessi potete prendere il versetto del Cantico, e portarlo di peso in Cappella.

È l'insondabile ricchezza della Santa Scrittura.

 

*     *     *

 

EGO FLOS CAMPI, ET LILIUM CONVALLIUM.

È Giuseppe, Luigi, Agnese che lo ripete?

Questo è un giardino di delizie, ed una valle di gigli.

Il casto Giuseppe, l'angelico Luigi, la purissima Agnese.

Il casto Giuseppe, che geme nella trepidazione del mistero: L'Incarnazione del Verbo in Maria.

Ed in silenzio, in silenzio: «occulte», vuole allontanarsi.

L'Angelo in carne, che si flagella a sangue, e passa le notti in preghiera.

L'Agnella tenerissima, che a quattordici anni fa tremare il carnefice, e sigilla con il martirio il vanto d'essere Sposa a Colui, che la ama dall'eternità.

IO IL FIORE DEL CAMPO ED IL GIGLIO DELLE VALLI.

Tre fiori di campo, tre gigli di valle.

Tre martiri gloriosi, tre umilissimi vergini.

 

*     *     *

 

Lo splendore di questa Cappella non esaurisce il mio zelo sacerdotale, né la vostra pietà cristiana, se tutto prende voce, preghiera e canto in noi, a lode delle meraviglie di Dio.

Dobbiamo sentirci assorbiti dal mistero della Messa.

Questa è Liturgia viva, e sostanza di tutte le cose apparenti.

Non ho da gloriarmi delle pietre, del bronzo, dell'oro e dei candidi lini.

La preghiera è vita.

La grazia è vita.

L'Eucarestia è vita.

La morte è vita.

La vita eterna è vita.

 

 

Don Luigi Bosio, In nocte Nativitatis Domini 1959, «Cittadella Cristiana», Gennaio 1960, Anno XI, N. 116.