Don Luigi Bosio
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Cultus justitiae silentium ...

 

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Cultus justitiae silentium (Is. 32,17)

Onore alla giustizia!

In che modo?

Facciamo silenzio!

A quale giustizia?

Alla santità.

L'onore della giustizia è il silenzio.

Il silenzio, lode autentica della santità.

Solo da questo sigillo essa viene convalidata.

Onorerò la santità, onorando il silenzio.

Non m'incammino alla santità, che attraverso il silenzio.

Non toccherò i vertici della santità, che scendendo negli abissi del silenzio.

Distinguete bene il silenzio dal mutismo.

Di mezzo, l'infinito!

Si può essere silenziosissimi, tenendo viva e lieta una conversazione.

Il cuore può essere ciarliero, anche non aprendo bocca.

Non confondete la solitudine con l'isolamento.

Silenzio e solitudine son due beati fratelli; mutismo ed isolamento son pure fratelli, ma temibili avversari del silenzio e della solitudine.

Si può essere solitari nel turbinìo d'una città; si può sentirsi isolati, senz'essere solitari, rinchiusi in una camera.

Il silenzio e la solitudine sono volontari; il mutismo e l'isolamento sono una condanna.

 

*     *     *

 

Dal silenzio alla santità.

Il ponte d'oro, sotto il quale scorrono i fiumi di Siloe.

Non fiumi d'acqua, ma di sangue.

Silenzio e sangue danno santità.

Qui nasce l'apostolato.

Possibile?

Non è necessario agitarsi, oggi?

Correre e discorrere?

E discutere?

Poiché "bisogna attaccare le fragorose legioni del male, con il fragore del bene!"

Puntiamo gli occhi al Tabernacolo Eucaristico.

Egli è là: immobile, annichilito.

Ci facciamo solitari, diceva un monaco medioevale, per essere con tutti.

Il silenzio t'immerge in Dio. Così tu prendi la virtù di Dio, e con quella agisci.

 

*     *     *

 

Rientriamo in Cappella.

Tu sai bene a chi è dedicata: All'«Uomo Giusto» per eccellenza.

Ricerca nel Vangelo una sola parola, da lui pronunciata.

Che non abbia mai aperto bocca, allora?

Non dico questo.

Ma "Giusto" perché silenzioso.

 

*     *     *

 

Ho sognato, scrive Zundel, d'innalzare una chiesa al Silenzio.  […]

 

*     *     *

 

VOCATI ESTIS IN UNO CORPORE  (Col. 3,15).

 

Siete chiamati in un solo Corpo.

Chi chiama?

La voce, la virtù teologale della carità.

Non sto a dire: La voce della solidarietà, della collaborazione, della socialità.

È sempre un piedistallo umano.

È l'amore di Cristo, che riunisce, unisce e compie il mistero della consumazione nell'unità.

Come sono uniti il Padre e il Figlio, nello Spirito Santo.

Fino a questo punto!

Non è un limite: è l'infinito.

È necessario procedere a capo chino.

In questo mistero (non intendere: in questo buio, ma in questo abisso di luce) vedrai quanto ti appartiene e ti obbliga la redenzione del mondo.

Redento tu, perché tu redima gli altri.

Devi portare un cuore affranto in un corpo infranto, finché in un'isola sperduta nell'oceano, o nel sentiero d'una foresta vergine, c'è chi soffre la fame e languisce nell'anima.

Finché c'è una colpa da riparare.

Né occorre, che alcuno venga a dirtelo.

Devi sentirlo!

Questo vuol dire essere chiamati a formare un solo Corpo.

Questo è l'apostolato.

La piccola Teresa si trascina, martellata dalla tasse, entro le mura d'un monastero, e cammina per i missionari.

Siete chiamati a formare un solo Corpo.

Quale?

Il Corpo di Cristo.

Voi siete il Corpo di Cristo.

 

LABOR VESTER NON EST INANIS IN DOMINO  (1 Cor. 15,18).

 

Abbiamo lavorato tutta la notte per nulla.

Nemmeno un pesciolino è incappato nella nostra rete.

Tutto intorno, l'incubo della notte.

Senza di Te, o Signore, è così.

«Nulla, nulla potete fare senza di me».

Con Te il lavoro è preghiera.

Con una semplice inversione di parole, avremo un principio ancor più solido: La preghiera è lavoro.

Non vale il guadagno, ma la rinuncia: alle cose e a se stessi.

Che è l'intero universo a confronto d'un segreto palpito di grazia?

Questo lavoro manuale tanto decantato!

E l'innocenza d'un bambino?

La solitudine d'un infermo?

L'immolazione d'una madre?

L'affanno del cuore?

Lo spasimo dell'anima?

 

*     *     *

 

A tempi nuovi, nuovi idoli e nuovi templi.

Secondo il merito!

Dalle ore allo stadio nella tormenta, all'insofferenza durante la celebrazione dei divini misteri.

Dalle cognizioni profonde dei più futili avvenimenti, all'ignoranza dei primi elementi della Dottrina cristiana.

Dall'urlo delle folle, dalla sdolcinatura delle canzonette, al mutismo delle chiese.

Che pena camminare nella notte, e lavorare al buio!

 

FAMILIAM TUAM, DEUS, SUAVITAS AETERNA CONTINGAT  (Lit. 9 Sett.).

 

Eccoci nell'intimità della famiglia.

Non d'una famiglia terrena, ma della famiglia stessa di Dio.

La Tua Famiglia, o Signore.

All'ombra dell'Altissimo.

La liturgia non è il manto regale di Dio?

Abbiamo percorso un lungo viaggio, velocissimo, sicuro.

Dalle promesse antiche, all'età nuovissima.

La liturgia compendia tutto, e lo effonde sopra i figli della dilezione.

Che cosa effonde?

«Suavitas aeterna».

La linfa soave dell'eternità.

Che fremiti salutari, sentirla scorrere nelle vene dell'anima e del corpo!

L'augurio della Madre: «Contingat!»

Chi può tradurre?

Preghiamo: L'eterna soavità irrori, impregni, o Signore, la Tua Famiglia.

O Signore, irrora, impregna d'eterna soavità la Tua Famiglia.

Se voi provaste a ripeterla dieci volte?

Acqua viva, che zampillando solleva al Cielo, e posa sulle braccia del Padre.

 

L'ARTE DI QUESTA CAPPELLA.

 

L'officina, in cui è nata, offre assoluta garanzia.

L'officina del silenzio.

Scrive Merton: «Non è forse vero che l'arte è morta, quando è morto il silenzio?»

Decifrate voi una certa arte moderna?

Se è lo specchio dell'anima e dei tempi, ahimè!

Nel silenzio di questa Cappella potete ammirare un convegno fraterno, un connubio casto della tradizione con la sobrietà dello stile contemporaneo.

Un vero paludamento nuziale intorno allo splendido Altare, promesso sposo alla chiesa per il giorno solenne della consacrazione.

 

STATIO AD SANCTUM JOSEPH.

 

Ci recheremo in Cappella per il servizio liturgico senza staccarci troppo frequentemente dall'Altare Maggiore.

 

*       Nel Triduo di preparazione alla Festa di San Giuseppe - 19 Marzo.

*       Nel pomeriggio della Festa, dopo la Benedizione Eucaristica.

*       Tutte le sere del Mese di Marzo, per la recita del S. Rosario.

*       I Mercoledì di Marzo potremmo celebrare la S. Messa in Cappella, se

         non fossimo chiamati «Ad S. Mariam in itinere».

*       Nella celebrazione vespertina del Giovedì Santo per la Reposizione del

         Santissimo, fino alla solenne Liturgia del Venerdì Santo.

*       Per la II S. Messa del I Maggio: Festa di S. Giuseppe Artigiano.

*       In qualche Mercoledì dell'anno.

*       Il 21 Gennaio per la liturgia di Santa Agnese.

*       Il 21 Giugno per la liturgia di S. Luigi Gonzaga.

           

 

Don Luigi Bosio, Numero dedicato alla nuova cappella di S. Giuseppe, «Cittadella Cristiana», Marzo 1960, Anno XI, N. 118.