Don Luigi Bosio
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In nocte Nativitatis Domini ...

 

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In nocte Nativitatis Domini 1960

Cantico dei Cantici - Capo 2

 

v.2.  SICUT LILIUM INTER SPINAS, SIC AMICA MEA INTER FILIAS.

v.3.  SICUT MALUS INTER LIGNA SILVARUM, SIC DILECTUS MEUS INTER FILIOS.

SUB UMBRA ILLIUS, QUEM DESIDERAVERAM, SEDI; ET FRUCTUS EJUS DULCIS GUTTURI MEO. 

 

Come il giglio tra le spine, così la mia Diletta tra le fanciulle.

Come il melo tra le piante selvatiche, così il mio Diletto tra i giovani.

All'ombra di Colui, che è il mio desiderio, io mi sedetti; e il suo frutto è dolce al mio palato.

 

Devo subito superare i limiti dello spazio, e perdere la nozione del tempo. Davanti a me: il mistero, il Divino; l'infinito e l'eterno!

L'invito alle nozze, o la celebrazione delle nozze.

Quali Nozze!

 

"Obscurum videtur, obscurum est, quia talami sacri mysterium est"  (Aug. Serm. 138).

Anch'io al posto della sposa.

O dello Sposo!

Qui tutto è casto: una mensa, circondata di gigli; un letto nuziale, avvolto in un profluvio di verginità.

Non ho, che da sollevare il velo del mistero.

O meglio, nascondermi dietro questo velo.

Ecco la visione: lo Sposo e la Sposa sono Gesù e la Chiesa.

L'Unigenito e la Primogenita nella pienezza e nella consumazione della loro santità.

Oltre, dunque, lo spazio ed il tempo. Altrimenti, chi oserebbe inoltrarsi in questi secreti?

 

"Vias Tuas, Domine, demonstra mihi, et semitas tuas edoce me"  (Ps. 24,4).

Sulle tue vie io posso camminare anche al lume dell'intelligenza, e nella rettitudine della coscienza; ma nei tuoi sentieri…?

Ora il passo è sicuro; ho bisogno, tuttavia, d'una guida.

Ma v'accorgerete, quando camminerò da solo.

Non appena avvertirò "l'impeto dello Spirito", dirò anche a Bernardo e ad Agostino che mi lascino solo.

Nell'ombra e nel silenzio.

Ho bisogno solo, che il soffio di Dio mi tocchi come una piuma leggera.

 

SICUT LILIUM INTER SPINAS, SIC AMICA MEA INTER FILIAS.

 

Questa "Diletta" è la Chiesa.

Un giglio di magnifica bellezza per lo splendore dei suoi martiri, la purezza delle sue vergini, il profumo dei suoi Santi.

Un giglio tra le spine, perché la società divina è costretta a vivere tra le nazioni umane.

Queste spine hanno incominciato a pungere e a trafiggere nello stesso paradiso di letizie, là dove il Signore aveva posto i nostri progenitori.

"Cum colueris terram, spinas et tribulos germinabit tibi".

Il Verbo Incarnato, delizia del Padre, le ha trovate nella sua culla.

È opera di giustizia e di carità, ch'io le incontri ad ogni passo della mia vita.

Con il fermo proposito di morire, prima di peccare.

Non basta l'alito ad appannare lo specchio?

Il leggerissimo urto di una spina per ferire, e perforare la delicatezza e la tenerezza di un giglio?

Se invece la spina pungerà, per aprirmi il cuore alla contrizione: "bene pungeris, si compungeris": sarà dono di Dio, ch'io sia punto, se mi sentirò compunto.

 

SICUT MALUS INTER LIGNA SILVARUM, SIC DILECTUS MEUS INTER FILIOS.

 

Come il melo tra le piante selvatiche, così il mio Diletto tra i giovani.

La Sposa ora risponde allo Sposo.

La Chiesa a Gesù; le membra al Capo.

Chiudete i libri; chiudete gli occhi.

Siamo nel cuore del mistero.

Accanto al Giglio, una pianta di melo, curva sotto il peso del suo frutto.

Il giglio in mezzo alle spine, la Sposa; un melo tra le piante selvatiche, lo Sposo.

Chi può credere?

Non scendete nei giardini a ricercare questo giglio, né percorrete la feconda campagna, che vi circonda; vi smarrireste presto e potreste amare la creatura, più del Creatore.

Perché la scelta di un melo, non del cedro o della palma, dell'ulivo o della quercia, a glorificazione dello Sposo?

Risponde sapientemente S. Bernardo: Fateor, parva laus, quoniam Parvi laus. Non enim hoc loco praedicatur: Magnus Dominus et laudabilis nimis (Ps. 47,2), sed parvus Dominus, et amabilis nimis; parvulus utique, qui natus est nobis.

Sì, veramente è una piccola lode, poiché è la lode d'un Piccolo. Ma in questo luogo, e in questo momento non si predica: Grande è il Signore, e degno di somma lode, bensì un Signore tanto piccolo, e sommamente amabile; piccolo assai, Colui ch'è nato per noi.

Non è però, minor lode lode per Lui, se nella considerazione della sua infermità e debolezza, viene esaltata la sua tenera pietà; se nel velare la gloria della sua maestà, si rivela maggiormente la grazia della sua degnazione.

 

SIC DILECTUS MEUS INTER FILIOS.

 

Così il mio Diletto tra i giovani.

Perché, pur essendo l'Unigenito, non arrosisce d'avere una moltitudine di fratelli, adottati nella famiglia del Padre mediante la grazia; dati per fratelli a Lui, Figlio per natura.

Perché: "Come pianta di melo"?

Per le indiscutibili ricchezze della sua misericiordia.

È l'Albero della vita, il Pane vivo, disceso dal Cielo, che dà la vita al mondo.

 

SUB UMBRA ILLIUS, QUEM DESIDERAVERAM, SEDI; ET FRUCTUS EJUS DULCIS GUTTURI MEO.

 

All'ombra di Colui, che ho tanto desiderato, mi sedetti; e il suo frutto è dolce al mio palato.

Qual'è la sua ombra?

Non è tutta luce?

Non è lo splendore del Padre?

 

"Umbra ejus, caro ejus". La sua ombra è la sua carne; quel fragile Corpicino, in cui è nascosta non la divinità, ma la pienezza della Divinità.

Nessuno, più della Vergine Madre, ebbe la felicità di vivere all'ombra della carne del Verbo.

 

"Umbra ejus, fides". Oltre l'ombra della carne, l'ombra della fede.

Anch'io nella mia fede, sono nella sua ombra.

Ma nell'Eucarestia sono anche all'ombra della sua carne.

E la Vergine Madre è pure vissuta all'ombra della fede.

 

SUB UMBRA ILLIUS, QUEM DESIDERAVERAM, SEDI.

 

All'ombra di Colui, ch'è tutto il mio desiderio, io mi sedetti.

Il profeta Geremia non dirà: Siamo nella sua ombra, ma viviamo nella sua ombra.

Nell'ombra, cioè, di una fede viva ed operosa.

Più felice del Profeta, la Sposa dichiara di sedere e di riposare in quell'ombra.

E non dice: Sediamo, ma siedo, perché è sua prerogativa riposare da sola all'ombra dello Sposo.

"Intendat sanctitas vestra".

Viene così indicato il mistero di un'anima, che tutta s'è donata all'Amato.

L'amore perfetto, infatti, allontana ogni timore.

 

ET FRUCTUS EJUS DULCIS GUTTURI MEO.

 

E il tuo frutto è dolce al mio palato.

Tutto questo, ancora nell'ombra.

Frutto non soltanto soave alla bocca, ma sazietà di ogni brama ardente dell'anima.

"Vere coenavi tota nocte Verbum Domini".

Veramente, nella cena di questa notte, io ho mangiato il Tuo Verbo, o Signore.

L'ombra declina.

Ecce visio!

Oggi, l'oggi eterno dell'Unigenito, senza ieri e senza domani, mio nutrimento è il Verbo di Dio.

L'unico, l'Unigenito.

L'unigenito sulla Mensa.

L'Unico nel suo talamo nuziale.

 

*     *     *

 

Cedo il passo ad Agostino.

Alla chiarissima dotrina, ripetuta mille volte nei suoi Discorsi, sul mistero dell'Incarnazione.

Egli parla ai fedeli, a semplici pescatori, non ad una scuola teologica.

Poiché il Maestro è Lui, nascono e palpitante dietro il Velo Liturgico.

Toccate, o lasciatevi toccare da questa divina Liturgia.

"Ipsum audite!"

Ascoltate!

"Ergo et Pater unum sumus"  (Jo. 10,30).

Che vuol dire?

"Fac claves, Domine; fac ut intelligamus" (Aug. Serm. 116).

Che vuol dire:unum sumus?

Siamo, abbiamo l'identica natura.

Che vuol dire:unum sumus?

Abbiamo un'identica sostanza.

Forse non intendete bene, che vuol dire: un'identica sostanza.

Mi affaticherò, perché abbiate da intendere: il Signore aiuti me, che parlo, e voi che ascoltate; mi assista, affinché dica quello che è vero, e lo dica in modo adatto a voi; assista voi, affinché prima di tutto e soprattutto crediate; poi, perché quanto è possibile a voi, abbiate da comprendere.

"Ante omnia, et precipue ut credatis".

Che vuol dire, adunque: Noi siamo un'identica sostanza?

Userò con voi delle similitudini, affinché sia chiaro con esempi, quello che è meno chairo.

Come se dicessi: Dio è oro: dunque anche il Figlio suo è oro.

Se Dio è oro, oro è anche il Figlio suo.

Quasi: Se Dio è d'oro, d'oro è anche il Figlio suo.

Possiamo dare similitudini delle cose celesti, con delle cose terrene?

Certamente! Altrimenti, come si sarebbe potuto dire che "Cristo era una pietra?".

Dunque: Tutto ciò, che è il Padre, lo è anche il Figlio; come, ad esempio, ho detto: Oro è il Padre, oro è il Figlio.

E se alcuno dicesse, che il Figlio non è della sostanza del Padre, che altro direbbe, se non questo: Oro è il Padre, argento è il Figlio? Se oro è il Padre, argento è il Figlio, l'Unico Figlio è un degenere.

Un uomo genera un uomo: il figlio è della stessa sostanza del padre, che l'ha generato.

Che vuol dire della stessa sostanza? Uomo è il padre, uomo il figlio; un'anima ha il padre, e l'ha pure il figlio; una carne ha il padre, e l'ha pure il figlio; tutto ciò che è il padre, lo è anche il figlio.

Voi mi direte di stare bene attento a quello, che dico.

Che ho detto?

Che il figlio di un uomo si può paragonare al Figlio di Dio.

Sì, si può paragonare, ma soltanto per similitudine.

Qualcuno mi dice: Non vedi, che è maggiore il padre che ha generato, e minore il figlio che è stato generato? Come si può dunque affermare, che sono uguali il Padre e il Figlio, Dio e il suo Cristo?

Poiché è evidente, che quando un uomo genera un figlio, minore è il figlio, e maggiore è il padre.

Tu sei un uomo sapiente, tu che vai ricercando il tempo nell'eternità.

Là dove il tempo non esiste, tu cerchi le età: chi è maggiore, e chi è minore d'età.

Quando il padre è maggiore, è minore il figlio; lo sono, perché appartengono al tempo; il figlio cresce, perché il padre invecchia. Ma ambedue, pur non essendo uguali per l'età, sono della stessa natura umana.

 

*     *     *

 

Quella Natività supera, e comprende tutti i tempi.

Il Verbo nasce dall'eterno nel seno del Padre.

Questa Natività, dalla Vergine Maria in Betlemme, illumina tutti i tempi.

Colui, che ha dato tutto al Figlio Nascente, non l'ha dato come ad uno che ne avesse bisogno; senza dubbio il Padre ha dato al Figlio la stessa uguaglianza con il Padre.

Ve l'ho detto, e lo dovete tenere con fede fermissima; tutto ciò che è il Figlio, il Padre gliel'ha dato nell'atto della nascita, ma non che il Figlio ne avesse bisogno.

E benché uno non sia l'altro, rimanendo personalmente distinti, tuttavia non sono di natura differente, ma tutto ciò che è il Padre, è anche il Figlio.

 

Non qui ille, hic et iste; sed quod ille, hoc et iste.

Non che il Padre sia il Figlio, ma tutto ciò che è il Padre, lo è anche il Figlio.

Giovanni, il prediletto, ha fissato l'occhio acutissimo nei secreti del Verbo.

Come raffina la mente l'Evangelo di Giovanni; e lima, e scarnifica, affinché di Dio abbiamo un sapore tutto spirituale, e non carnale.

Oh! s'io fossi stato capace di dire tutto quello che sento, e avrei voluto dire!

"Facit enim mihi angustias inopia mea, et copia illius".

Troppo impetuoso preme il torrente della sua ricchezza e maestà alle porte anguste delle mie labbra.

Forse ci siamo un po' affaticati…

Ritorniamo all'ombra, e nel riposo; presso Colui ch'è uno con il Padre.

Potrò dire, che di questo Frutto il Padre si nutre dall'eternità, nell'estasi del suo infinito Amore?

 

 

Don Luigi Bosio, In nocte Nativitatis Domini 1960, «Cittadella Cristiana», Gennaio 1961, Anno XII, N. 128.