Don Luigi Bosio
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Festa della gentilezza

 

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Festa della gentilezza

«Ad horam incensi».

Questa è l'Ora dell'incenso.

L'Ora, in cui ha pieno significato il desiderio del Salmista: «Dirigatur, Domine, oratio mea: sicut incensum in conspectu tuo»  (Ps. 140,2).

L'incenso è l'orazione, congiunta alla devozione.

È l'unzione soavissima, che dal Capo si sparge sulle membra: come se il Sacrificio mattutino trovasse il suo complemento, certo una maggiore efficacia per noi, nella lode, che risuona in questo sacrificio vespertino.

In questa celeste atmosfera, profomuta d'incenso, presentiamo il nostro cordiale benvenuto ai Piccoli Cantori Veronesi, qui venuti a rallegrarci ed edificarci con la finezza delle loro esecuzioni musicali.

Ma io ritorno al Sacrificio vespertino, cui ho fatto cenno.

Soprattutto per un atto di devozione alla liturgia domenicale, cioè al Servizio divino, compiuto dalla Chiesa in questa XVIII Pentecoste.

Prendo, volevo dire: afferro avidamente l'antifona dell'Offertorio.

Essa parla di Mosè. Ascoltate: «Mosè edificò un altare al Signore, offrendo sopra di esso olocausti, e immolando vittime: fece un sacrificio vespertino, sacrificio gradito al Signore Iddio, alla presenza dei figli d'Israele».

Oggi Mosè non c'entra!

Perdonatemi! Non è questo il modo migliore di parlare di cose e persone sante.

Mosè rimane lontano, nell'ombra dell'Antico Testamento.

Nella luce del Nuovo Testamento il divino Mosè è Gesù: il Gesù totale; cioè Lui e noi.

Ora la faticosa parete storica e temporale è superata.

Il velo è spezzato.

Possiamo rileggere l'Antifona, piena di profezia e di mistero.

Gesù ha edificato un Altare al Signore, offrendo sopra di esso, Se stesso in olocausto, ed immolandoci vittime con Lui: ha fatto un sacrificio vespertino, sacrificio gradito al Signore Iddio, alla presenza dei figli d'Israele.

Tutto questo si compie oggi: in quest'ora.

Il nuovo Israele è la Chiesa.

 

*     *     *

 

Entro le pareti del tempio, offerti dalla gentilezza della nostra migliore gioventù, fanno bella mostra di sè i frutti della stagione e della terra benedetta, che ci circonda. Potremmo quasi dire d'essere qui, per firmare un contratto di grande importanza, che deve risolversi in una condizione d'assoluto favore per noi.

Anche qui dovrei essere più cauto e trepidante nell'usare termini, che meno s'addicono a santissimi Misteri.

La Liturgia è ben più vigilante di me, e mi richiama all'ordine, dicendomi che si tratta di «veneranda commercia»: di contratti, degni di somma venerazione.

Il commercio, lo scambio sta, dunque, in questo: Io do un frutto, e con il frutto il cuore, e ne ricevo il pegno della Provvidenza. Par quasi dica la Liturgia: Una parte di Dio!

Come se Dio togliesse qualcosa a Se stesso per darlo a me.

Meglio, molto meglio: È Dio, che mi prende e mi unisce a Se stesso. Questo venerando contratto, l'ammirabile commercio.

Tutto fiorisce e matura in una vegetazione lussureggiante presso l'Altare del Signore.

Non è poesia, ma quanto dice l'Orazione Eucaristica della S. Messa.

Presso l'Altare ci sentiamo «sacro munere vegetati», cioè: Nutriti e sazi.

È per questo, che non finirò di cantare, prima in terra, poi in Cielo, le meraviglie dell'amore divino.

 

Programma musicale. Eseguito dai Piccoli Cantori Veronesi e dall'Assemblea dei Fedeli. È chiaro, che si tratta di canti esclusivamente sacri, essendo eseguiti alla presenza del Santissimo. Non è quindi, un concerto accademico. Intendiamo soprattutto di far festa alla Domenica e alla Preghiera. […]

 

*     *     *

 

Oggi 22 Ottobre [1963], mentre scrivo, ricevo il «Quotidiano cattolico», che mi riporta le notizie del Concilio sui lavori compiuti nella Congregazione generale di ieri. Vi si riferisce l'intervento d'un Vescovo spagnolo, il quale lamenta che nello «Schema» dedicato ai Laici, manchino cenni sufficienti al fondamento e all'anima di ogni apostolato: la vita di fede, la vita interiore. Egli rileva come si mettano piuttosto in risalto le virtù naturali, morali e professionali, ma non si parla delle virtù cristiane: e ciò costituisce una grave lacuna.

Se non c'è vita cristiana, egli continua, non c'è apostolato; sarebbe come se un corpo fosse privo di anima; una struttura architettonica, che mancasse di basi. Di qui il pericolo dell'attivismo, dell'agitazione di idee e di azioni, del propagandismo, del burocratismo nell'apostolato. Il risultato di tutto questo sarebbe fatalmente sterile, tale da far ripetere il lamento degli Apostoli, dopo la notte trascorsa invano sui pescherecci: Per tutta la notte abbiamo lavorato, e nulla abbiamo preso.

 

*  È IL "NUDUM ET SOLUM EVANGELIUM", CHE SALVA LE ANIME.

 

 

Don Luigi Bosio, Festa della gentilezza. 6 Ottobre 1963, «Cittadella Cristiana», Novembre 1963, Anno XIV, N. 161.