Don Luigi Bosio
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I bollettini della parrocchia di Belfiore

Le pagine di «Pace a questa famiglia» riportavano quasi esclusivamente l'elenco delle offerte per la nuova chiesa, mentre i commenti di don Luigi erano funzionali alla grande impresa progettata e poi avviata. Quindi sul «bollettino» comparivano informazioni su quanto si andava realizzando, accanto a un incessante appello alla carità senza la quale la chiesa mai avrebbe potuto vedere la luce. La sua straordinaria perseveranza e indefettibile fiducia puntavano a fare breccia sul cuore dei fedeli perché non lo abbandonassero. La sua sofferenza maggiore era provocata non tanto dalla prospettiva di un inaridimento delle risorse, per lui inammissibile, avendo una cieca fiducia nella Provvidenza, ma dal loro insufficiente gettito, che avrebbe rallentato i lavori, allontanando la conclusione della «Casa del Signore».

Con il bollettino ospitato da «Carroccio» le sue prose sono in misura crescente volte a plasmare le anime. Siamo testimoni di una progressiva interiorizzazione dei suoi scritti, tesi a parlare alle anime, con un numero limitato di sguardi rivolti al mondo materiale. Questo anche perché a parlare di quanto accade in Italia e nel mondo ci pensano già a sufficienza le altre tre pagine del «Carroccio».

I testi di tutti i bollettini curati da don Luigi, prima appoggiandosi a pubblicazioni edite da terzi - «Pace a questa famiglia» e «Carroccio» - e poi in proprio - «Parrocchia della Natività di Gesù», «Cittadella Cristiana», «Jerusalem Nova», «Medium Silentium» -, brillano per l'eleganza del periodare in una lingua italiana sempre appropriata e accurata tanto nei costrutti sintattici che nella punteggiatura, sempre puntualissima secondo le rigide norme che in Italia invece con il passare degli anni si sarebbero un po' allentate. Ammirevole è la correttezza dei testi stampati dove è impossibile trovare uno degli errori che frequentemente in altri giornali si etichettavano come refusi tipografici, ma che in realtà denotavano trascuratezza da parte dell'autore o dei correttori di bozze. Don Luigi evidentemente rivede e corregge con certosina pazienza i suoi testi dove non è dato di incontrare mai una svista, un refuso, alcunché di scorretto. Non mancano autovalutazioni come quando assicura di avere sempre ricercato la semplicità dello scrivere, anche se avrebbe potuto usare in molti casi espressioni più eleganti, «forse con maggior soddisfazione personale». «Preferisco la forma più semplice - spiega - perché desidero d'essere capito. Ho sempre ritenuto un dovere la ricerca di questa semplicità nello scritto e nella parola, anche se talvolta avrei potuto adoperare termini… più eleganti e più difficili, forse con maggior soddisfazione personale. So che anche LUI ha fatto così, pur dicendo sempre altissime cose».

La penna, da lui vista normalmente come «strumento di supplizio», scorre facile quando affronta temi sublimi: «Qui, proprio qui dove incomincia il mistero, la penna, da strumento di supplizio mi sfugge quasi dalle dita, libera dall'imbarazzo in cui si trova, quando il mio volo si compie appena radente a terra».

I testi più singolari sono forse le omelie di Natale, inizialmente allegate in copia dattilo, poi stampate direttamente sul bollettino. Si tratta di commenti al Cantico dei Cantici, strutturati per gran parte come un soliloquio o piuttosto come un colloquio tra il celebrante e Dio, nel cui mistero di amore penetra con espressioni che continuamente variano tra il senso letterale del testo e il significato metaforico che vi sta dietro.

Una preziosa valutazione delle sue omelie ci viene da lui stesso, quando riconosce che il suo dire non è strutturato come un'esposizione di fatti storico-religiosi, ma che è scandito da una sequenza di «formule sacramentali», attinte dal corpus liturgico. Per tale ragione egli si rifugia nella preghiera e nella contemplazione del mistero: «La preghiera m'aiuterà a superare la parola, e la contemplazione ad afferrare il mistero». Da questa decisione deriva il sapore delle sue prediche, più simili a una preghiera proveniente da un cuore assettato di Dio che a una razionale illustrazione della narrazione biblica.

Accade molto raramente di imbatterci nelle parole diavolo, satana, inferno. Le incontriamo - tra le pochissime volte - nel giovedì santo del 1965, là dove commenta il comandamento dell'amore affidato da Gesù ai suoi discepoli nell'Ultima Cena. «Il Paradiso - afferma don Luigi - è vita nella pienezza della Legge, nella consumazione della Legge, che è l'amore: il Regno dell'Amore. L'inferno è morte nella distruzione d'ogni legge e di ogni ordine: il regno dell'odio: quasi l'incarnazione eterna dell'odio. L'Amore è l'avanzata di Dio. Il peccato mortale: un'avanzata di Satana». Le parole di don Luigi sono sempre positive. Uscendo da un cuore innamorato di Dio e dei fratelli riuniti nel corpo mistico della Chiesa, sono finalizzate a contagiare l'ascoltatore e ad accendere il lui un'identica passione per la vita divina.

 

Metafore militari. Usa frequentemente un linguaggio mutuato dal mondo militare. Anche questo rientra nella tradizioni biblica e cristiana. Parla di quartiere generale, armi, armatura, eserciti, piani di battaglia, vittoria, feriti, combattimento, posto di soccorso, «fronte d'assalto, dove espugnare la potenza diabolica». La processione quaresimale conduce i fedeli ogni mercoledì al Santuario della Stra', indicato dal parroco come «un  posto di guardia, dove il cristiano veglia come una sentinella avanzata sui campi di battaglia, sempre attenta e tesa all'azione». È soprattutto il sacramento della Cresima ad ispirargli espressioni come «combattimento spirituale», «armatura di Dio», «armi di Dio», «coraggio», «eroismo», «martirio». Ma forse risente anche del linguaggio proprio della lotta politica e sindacale portata in piazza dai socialcomunisti negli anni di durissimi scontri del dopoguerra. A risentirne parrebbero essere frasi come «Lotta aperta senza tregua e senza confini». I ragazzi dell'Oratorio devono avere la loro bandiera, vessillo attorno al quale stringersi per combattere l'incessante lotta contro il male. «Abbiamo il piacere di dire ch'è in lavorazione la bandiera. Siamo attualmente come un esercito senza vessillo, intorno al quale raccoglierci per combattere le nostre pacifiche battaglie. Contiamo di inaugurare la nuova, bella bandiera nella festa della Giovinezza».

 

 

Francesco Vecchiato, Don Luigi Bosio a Belfiore d'Adige, Diocesi di Verona, 2011, pp. 957-959.