Don Luigi Bosio
Fine Menù
In nocte Nativitatis Domini ...

 

  • File allegato
  • Stampa
In nocte Nativitatis Domini 1963

«Res magna tractatur, et non a magnis, immo multum parvis; spem tamen et fiduciam dat nobis, qui magnus, factus est pro nobis parvus.

Et nos non tantum dicimus in aures vestras, quantum ipse Fons manat; sed quantum capere possumus, quod in sensus vestros trajicimus, abundantius operante ipso in cordibus vestris, quam nobis in auribus vestris.

Quia capere non possumus divinitatem ipsius, si non caperet ipse mortalitatem nostram, et perveniret ad nos ut loqueretur nobis Evangelium; si quod in nobis abjectum et minimum est, noluisset communicare nobiscum, puteremus eum noluisse nobis dare magnum suum, qui suscepit parvum nostrum.

Haec dixi, ne quis vel nos reprehendat ista tractantes, quasi multum audaces; vel de se desperet, quod possit capere dono Dei, quod illi dignatus est loqui Filius Dei»  (Aug. in Jo. Tract. XXII).

 

Entriamo nella luce della rivelazione preceduti dal grande Agostino.

Anche Bernardo ci aiuterà ad ascoltare il Maestro e a vedere il Verbo!

Libro di testo: il Canto dei Cantici al capitolo II, versetti 9 e 10.

Apriamo la Lezione, traducendo il testo di Agostino:

«Che cosa grande stiamo trattando!

Proprio non osiamo trattarla, che non siamo grandi, ma estremamente piccoli. Prendiamo tuttavia speranza e fiducia da Colui, che grande più del Cielo e della terra, s'è fatto per noi tanto piccolo.

Noi non riusciremo certamente a dirvi quanto è copiosa la Fonte!

Ci sforzeremo, piuttosto, di attingere quanto possiamo, quello che trasmetteremo a voi.

Lui, però, che è la stessa Fonte, opererà nei vostri cuori molto di più di quello, che noi diremo alle vostre orecchie.

Come potremmo, infatti, capire la sua Divinità, se Egli non si fosse rivestito della nostra mortalità, se non si fosse avvicinato a noi, per farci dono del suo Vangelo?

Se non avesse accettato di vivere nella nostra abiezione e povertà?

Avremmo pensato, ch'egli non volesse parteciparci la sua grandezza:

Lui, fattosi così piccolo, per noi!

Ho detto questo, perché non vi sia chi ci giudichi troppo audaci - Quasi multum audaces -; né vi sia chi disperi di capire il dono di Dio, se a lui s'è degnato di parlare lo stesso Figlio di Dio».

 

*     *     *

 

Ho voluto umilmente giustificare, con le parole di Agostino, la mia timidezza e trepidazione: è tanta la mia fatica nello scrivere e nel parlare!

Può essere un dono di Dio!

Non basta la Santa Scrittura?

Una segreta confidenza del Verbo può valere tutti i libri del mondo.

Né un mondo intero potrebbe contenere tutti i libri, che degnamente parlassero dell'Unico Verbo.

Può essere un dono di Dio!

A scoprirlo, però, bisogna scendere nella notte e nel nulla.

Nella notte del nulla: i due occhi, capaci di sostenere i fulgori della Notte Natalizia.

«Magnum pietatis sacramentum!».

Monumento di pietà, questo nuovissimo Natale della Chiesa.

Credo d'aver detto bene: io che nulla capisco d'un tanto vagheggiato aggiornamento.

Un monumento solidissimo!

Sono io, che devo risollevarmi dalle macerie, accumulate intorno a me da un mondo cadente.

Il Verbo rimane intatto presso il Padre, mentre la Chiesa rifiorisce nella santità.

 

*     *     *

 

Ho un diritto solo, per avvicinarmi al Mistero: quello d'essere povero.

Il diritto d'essere povero e libero.

Libero, perché povero.

L'orecchio ora s'è fatto attentissimo: sento scorrere vicino a me le vene del divino sussurro.

Come freschissima rugiada, scende il silenzio nelle vene del cuore.

«Tu mi stai parlando dentro»  (Ps. 84,8).

A porte chiuse ascolterò quello, che dice il Signore.

Ipse Fons manat.

La Fonte è aperta: non rimane, che accostarvi la bocca.

Similis est dilectus meus capreae, hinnuloque cervorum.

En ipse stat post parietem nostrum, respiciens per fenestras, prospiciens per cancellos.

En dilectus meus loquitur mihi: surge, propera, amica mea, columba mea, formosa mea.

Et veni.  (Cant. 2,9-10).

 

Comm. S. Bern. Serm. 56,57.

 

Il mio Diletto è simile ad un capriolo e ad un cerbiatto.

Ecco: Egli sta dietro la nostra parete, guardando dalle finestre, spiando dalle grate.

Ecco: Il mio Diletto, mi parla: Lévati, affrettati, amata mia, mia colomba, mia bellissima.

Deh, vieni!

Il mio Diletto è simile ad un capriolo e ad un cerbiatto.

È semplicemente una similitudine; nella lettera, il mistero.

«Sermo de Sponso est, et sermo Sponsus est».

Si parla dello Sposo, ed è Lui, che parla.

Non è né un capriolo, né un cerbiatto: «Nihil horum est in se, et omnia factus est pro te»  (Aug. in Ps. 119). È un capriolo ed un cerbiatto per me: velocissimo nella sua corsa, agilissimo nel suo salto.

Quando arriva è tutto ansante, solitario, geloso: Tocca, ferisce, fugge…

Qui, a Betlemme è come un piccolo cervo, appena uscito dall'ombra antica.

«Parvulus enim natus est nobis»  (Is. 9,9).

 

*     *     *

 

Ecco: Egli sta dietro la nostra parete.

Il senso letterale suggerisce ed esige una somma delicatezza d'amore in chi prepara un Focolare cristiano, ed in chi vuol vivere il suo amore nuziale «in Christo et in Ecclesia»: così, come Gesù ha amato, ed ama la Chiesa.

Un senso umanissimo indica ancora quella riservatezza, che dev'essere propria della virtù angelica, affinché la lucentissima perla non finisca nel fango.

Ma il senso mistico è ben più profondo: Qui è lo Sposo Divino, che in modo degnissimo s'avvicina alla segreta dimora della Sposa.

Ne esultimo le anime consacrate.

Ecco: Egli sta dietro la nostra parete.

L'altissimo mistero è questo: S'è nascosto dietro la parete, quando ha aderito alla carne: «Appropiavit parieti, cum adhaesit carni».

La parete, dunque, è la carne; l'avvicinarsi dello Sposo, l'Incarnazione del Verbo.

Caro paries est; appropiatio Sponsi, Verbi incarnatio.

Le finestre e le grate, attraverso le quali Egli guarda e spia, sono i sensi della carne, i suoi affetti umani, con i quali ha fatto esperienza delle umane necessità.

«S'è preso i nostri affanni, ed ha portato i nostri dolori»  (Is. 53,4).

Ut miserias hominum, homo factus, et experimento sciret, et misericors fieret.

Fatto uomo, ha capito tutta la nostra miseria e ci ha fatto dono della sua misericordia.

Sciebat et ante, et aliter.

Ci conosceva, anche senza un'esperienza umana.

Ma da quello, che ha patito, ha imparato cosa fosse ubbidire fino alla morte!

Così la sua eterna misericordia s'è fatta umana.

 

*     *     *

 

En ipse stat.

Stat: cioè, sta in piedi.

Vuol dire, che Lui solo è rimasto intatto nella carne, non avendone subita l'infermità. Anche sotto il peso della Croce, cadendo nella fragilità della sua carne, è rimasto in piedi nella potenza della sua divinità.

Anche nella morte è rimasto pieno di vita.

Il Dio Forte, nascosto dietro la nostra fragilissima parete.

En ipse stat post parietem nostrum.

Ecco: Egli ci attende dietro, oltre la parete del tempo.

Se desideriamo la sua venuta, la terrena dimora è un pellegrinaggio.

Caduta la parete del peccato e del tempo, questo corpo d'umiliazione verrà rivestito di gloria.

Quale parete mi separa ancora da Lui?

O quante pareti e quante macerie?

Una sola parete divide lo Sposo dalla Sposa.

La Sposa lo sa, e desidera solo di morire.

Rupto medio pariete, cum illo erit, quem post parietem esse confidit.

Crollata la parete, sarà con Lui.

En ipse stat post parietem.

Ecco: Egli sta dietro la parete Eucaristica.

Un sottilissimo velo ci nasconde il più grande tesoro della vita cristiana.

 

*     *     *

 

Forse, aprendo meglio le finestre dell'amore, e spiando attraverso le grate della sofferenza, mi sentirò ancor più vicino a Te.

Perché vado cercandoTi fuori, mentre sei dentro?

Come potrò trovarTi dentro, se sono fuori nelle vie e nelle piazze del mondo?

Tu stesso, dice S. Giovanni della Croce, sei la stanza in cui Egli dimora, il nascondiglio, dove si cela. Abita in te, e tu non puoi stare senza di Lui.

È nascosto? Nasconditi in Lui. Chiudendo bene dappertutto, penetra come Mosè nel cavo della rupe. Così diventi il nascondiglio di Dio, e Dio il tuo nascondiglio.

Più è inafferrabile, più Lo possiedi.

Più è lontano, più Gli sei vicino.

Meno Lo tocchi, più Lo stringi.

Meno Lo vedi, più sei nella luce.

 

*     *     *

 

En dilectus meus loquitur mihi.

La parete è caduta.

La Sposa, che sta vegliando, ne avverte subito la presenza e si pone in affettuosissimo ascolto.

Potremmo recarci entro le pareti della piccola Casa di Nazareth e contemplare, ranicchiati in un angolo, il mistero dell'Incarnazione.

Ora siamo a Betlemme: «Hodie Christus natus est».

Lévati, affrettati, o mia amata, mia colomba, mia bellissima.

Gli trema la voce, nel timore d'essere veduto.

Est amator verecundus: È un amante castissimo.

Per accorgersi della sua visita e godere della sua presenza è necessario essere molto vigilanti.

Viene come il fuoco: arde e divora con indicibile dolcezza.

Nel primo incontro è un fissarsi repentino negli occhi…

Poi, il triplice invito: Vieni, o anima mia, mia colomba, mia bellissima.

Tre passi, tre segreti di santità.

Un tenerissimo saluto, una pace ineffabile, l'unione mistica.

Dalla fatica all'orazione; dall'orazione all'estasi.

Dalla salita alla montagna, nella notte oscura, all'ebbrezza del Cantico e alla consumazione nel Fuoco vivo.

 

*     *     *

 

Permettetemi di ritornare ad Agostino. È ancora un tratto del suo commento al Vangelo di S. Giovanni (Tract. XXXV).

Vi supplico fratelli: Amate con me, correte, credendo con me; desideriamo la Patria superna, alla Patria celeste sospiriamo; sentiamo d'essere pellegrini quaggiù.

Cosa vedremo allora?

Oh! ce lo dica il Vangelo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.

Qui, soltanto alcune stille di rugiada bagnano la nostra anima.

Ad Fontem venies.

Verrai alla Fonte.

Qui, soltanto un raggio filtra stentatamente entro le dense ombre del cuore.

Nudam ipsam lucem videbis.

Vedrai la Luce, com'è in se stessa.

Verrà mondato il tuo occhio, e fatto capace di vedere e sostenere quella luce.

Dilettissimi: Giovanni stesso l'ha detto: Siamo figli di Dio. Ancora non è apparso quello che saremo. Sappiamo, che quando Egli apparirà, Gli saremo simili, perché Lo vedremo come è.

Sento che i vostri affetti, uniti ai miei, sono rivolti alle cose celesti: e questo, anche se il corpo debolissimo appesantisce l'anima, costringendoci a camminare come oppressi da molte preoccupazioni.

Deporrò il mio Codice, terminerò il mio discorso, e tornerete ciascuno alle vostre case.

Bene fuit nobis in luce communi.

Quanto ci siamo trovati bene nella luce della carità!

Quanto abbiamo insieme goduto ed esultato!

Se ora dobbiamo separarci, MAI, MAI SEPARIAMOCI DA LUI.

Obsecro vos, amate mecum, currite credendo mecum, patriam supernam desideremus, supernae patriae suspiremus, peregrinos nos esse hic sentiamus. Quid tunc videbimus? Dicat nunc Evangelium: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Unde tibi ros inspèrsus est, ad Fontem venies; unde radius per obliqua et anfractuosa tibi ad cor tenebrosum missus est, nudam ipsam lucem videbis, cui videndae ferendaeque mundaris.

Dilectissimi, Joannes ipse dicit: Filii Dei sumus, et nondum apparuit quid erimus. Scimus quia cum apparuerit, similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est.

Sentio affectus vestros adtolli mecum in superna: sed corpus, quod corrumpitur, aggravat animam, et deprimit terrena inhabitatio sensum multa cogitantem.

Depositurus sum et ego codicem istum, discessuri estis et vos quisque ad sua.

Bene nobis fuit in luce communi: bene gravisi sumus, bene exultavimus.

Sed cum ad invicem recedimus, AB ILLO NON RECEDAMUS.

 

 

Don Luigi Bosio, In nocte Nativitatis Domini 1963, «Jerusalem Nova», Dicembre 1963 - Gennaio 1964, Anno XV, N. 1 (162).