Don Luigi Bosio
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In nocte Nativitatis Domini ...

 

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In nocte Nativitatis Domini 1965

«Columba mea in caverna maceriae»  (Cant. 2,14).

Dalla spaccatura della Pietra alla caverna della maceria!

Signore dammi intelligenza… altrimenti è una luce, che acceca: un peso, che schianta. Un abisso, che mi annienta. Invocata questa Luce, corro alle Guide fedeli: Bernardo ed Agostino. Chi ha battuto questi sentieri, mi ripeterà che devo parlare poco, pregare di più, e soffrire molto.

 

«Non lo studio, ma l'unzione segretissima dello Spirito Santo insegna il "Cantico".

Solo l'esperienza lo apprende. Non è un muoversi concitato della bocca, ma il giubilare del cuore; non un suono delle labbra, ma un impeto di gaudio; due cuori, non due voci, che battono all'unisono.

Non si può ascoltare fuori; tanto meno risuona nel frastuono del mondo.

Lo sente colei, che lo canta, e colui al quale lo canta. Cioè: lo Sposo e la Sposa»  (Bern. in Cant. Serm. I).

 

Quando il segno diventa sacramento. Lo studio, pietà. La voce, preghiera. Ora possiamo entrare nella caverna.

Columba mea in caverna maceriae.

Dov'è questa «caverna di maceria», sicuro rifugio della Colomba?

Le macerie sono mucchi disordinati di pietre.

La caverna? Un vuoto; un gran vuoto!

Forse il gran vuoto, lasciato dagli Angeli, caduti dal Cielo per superbia?

Forse tutte le tribolazioni dei Santi?

Forse il ricordo della Passione del Signore e la promessa della vita eterna?

L'uno e l'altra: pietra e caverna, rifugio nel dolore.

O forse le caverne costruite dai Santi nello studio della loro pietà?

(Risuona qui all'orecchio lo «Studium pietatis», nascosto nello zelo per la Casa del Signore e per una Liturgia più viva, in ossequio alle disposizioni Conciliari).

Quali caverne può costruire la pietà?

In verità, ogni ponte crolla, ogni maceria viene rimossa dall'orazione assidua e dalla pura contemplazione.

«Denique oratio justi penetrat caelos»: l'orazione del giusto penetra i Cieli.

Non come un uccello che portato dall'impeto delle sue ali s'immerge nell'azzurro; né come un'acuta spada, che quasi arrivasse a perforare il vertice del firmamento, duro e altissimo.

Si tratta di «Cieli» vivi, che narrano la gloria di Dio e si aprono a noi, quando ad essi ci rivolgiamo nel fervore della devozione. Potrà così ciascuno di noi, anche durante il tempo della nostra mortalità, scavare a piacere le caverne della celeste maceria. Potrà visitare i Patriarchi, salutare i Profeti, unirsi alla schiera degli Apostoli, al canto dei Martiri, o salire attraverso i cori Angelici fino ai Cherubini e ai Serafini, trattenendosi maggiormente là, dove lo Spirito Santo conduce. Subito vedrà aprirsi una caverna nei monti, o meglio in quelle Menti sante, e troverà riposo.  […]

 

«Fa qui una sosta.

Vi possono essere due sorta di contemplazione; una, che riguarda lo stato felicissimo e glorioso della Città superna, là dove la moltitudine dei celesti Cittadini è occupata in un'attività di beato riposo;  […]  l'altra è rapita dalla maestà, eternità e grandezza divina del Re di quella Città.

Quella è la contemplazione nella maceria, questa nella pietra. Ma questa, quanto più è dura da scavare, tanto è più soave il sapore, che ne scaturisce.

Chi mi darà le penne della colomba, perché io possa volare fino alla spaccatura di quella pietra?  […] 

La Chiesa è quella colomba. Troverà riposo, perché innocente e in continuo gemito di preghiera; perché ha ricevuto con mansuetudine la parola innestata in lei. Riposa nel Verbo: cioè nella pietra; perché questa Pietra è il Verbo»  […].

 

Laudes silentii.

Quando la colomba riposa nel nido, gode nel silenzio il suo amore.

Anche questa volta mi pento d'aver parlato troppo!

Vorrei, che foste voi a costringermi al silenzio: credendo di più al silenzio che alla parola.

Ascoltate il versetto 12 del Salmo 139: «Vir linguosus non dirigetur in terra».

Il linguacciuto s'allontani dalla terra di Israele.

L'ho raccolto per l'insegnamento, che offre e per l'omaggio, che voglio rendere ad Agostino. Ecco il suo commento al Versetto:

«Quale dev'essere il vero servo di Dio, ardente di zelo, come un carbone acceso?

Come dev'essere? Tale, ch'egli desideri più di ascoltare, che parlare; come sta scritto: Siate veloci nell'ascoltare, molto lenti nel parlare. E, per quanto possibile, egli desideri di non trovarsi nella necessità di parlare e di istruire.

Dico questo alla vostra carità: Fratelli miei, noi stiamo parlando a voi per insegnarvi qualcosa. Quanto meglio saremmo tutti istruiti, senza che nessuno facesse più da maestro all'altro, né vi fosse chi parla e chi ascolta, se tutti ascoltassimo l'«Unum» quell'Unico, al quale è detto: Mentre ti ascolto, mi riempi di esaltazione e di letizia?

Per questo Giovanni, quel Giovanni, che viveva nel deserto, non tanto godeva perché predicava e parlava, ma godeva perché ascoltava. Dice infatti egli stesso: L'amico dello Sposo sta attentissimo ad ascoltare, ed è colmo di gaudio per la voce dello Sposo.

Gaudio sia per te ascoltare il tuo Dio.

Parlerai solo per necessità e con fatica.

Perché vuoi parlare senza voler ascoltare?

Cerchi d'uscire sempre fuori… Fatichi tanto a tornare dentro».

IL TUO MAESTRO È DENTRO!

RIMANI, DUNQUE, NELLA CAVERNA.

 

*     *     *

 

IN CAVERNA MACERIAE.

COLUMBA MEA IN FORAMINIBUS PETRAE.

 

 

Don Luigi Bosio, In nocte Nativitatis Domini 1965, «Jerusalem Nova», Dicembre 1965 - Gennaio 1966, Anno XVII, N. 13 (174).