Don Luigi Bosio
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Alla santissima memoria dei ...

 

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Alla santissima memoria dei miei carissimi genitori

Il momento è solenne, anche se assai doloroso.

Tanto più solenne, quanto più triste.

Ogni parola ha, in questo momento, valore di profezia, di sacramento, di redenzione. Intendo: ogni parola della Divina Liturgia: così, come ci è stata proclamata nel Vangelo e dall'Apostolo Paolo.

Ritorniamo a questa parola sacramentale, seguendo alla lettera un commento di Agostino.

L'ho incontrato, il sommo Dottore, nella meditazione quotidiana di questi mestissimi giorni.

Ripetendo ora il suo insegnamento, intendo rendere omaggio della più viva e commossa riconoscenza alla vita santa del carissimo Papà, congiungendo questo stesso omaggio alla santa memoria dell'indimenticabile Mamma, che, tredici anni or sono, ha raggiunto il Cielo, in questa fulgida luce dell'Immacolata.

 

Ecco le piissime parole di Agostino:

 

  • 1)  Quando noi celebriamo la Liturgia dei fratelli defunti, dobbiamo avere nella mente quello che dobbiamo sperare e quello che dobbiamo temere.

Questa è la speranza: Preziosa è al cospetto del Signore la morte dei suoi Santi.

Questo è il timore: La morte dei peccatori è pessima.

Questa la speranza: Il Giusto resterà in eterna memoria.

Questo il timore: Egli non temerà di udire sinistre parole.

Vi sarà, infatti, un ascolto, quale peggiore non si può pensare: quando si dirà ai cattivi: Andate nel fuoco eterno.

Il Giusto non temerà di sentire queste tremende parole, ma quelle: Venite benedetti dal Padre mio: Ricevete il Regno.

Poiché questa vita, che scorre in mezzo a sommi beni e sommi mali - o meglio: in mezzo a mezzi beni e mezzi mali, cioè non sommi né da una parte né dall'altra: essendo un qualunque bene terrreno un nulla a paragone dei beni eterni, e qualunque male si possa subire sulla terra un nulla a paragone del fuoco eterno - in mezzo, dunque, a questi beni e a questi mali della vita, dobbiamo tenere nella mente e nel cuore quanto abbiamo udito nel Vangelo: «CHI CREDE IN ME, ANCHE SE MUORE, VIVE».

Che è questo: Anche se muore, vive?

Benché muoia nel corpo, vive nello spirito.

Ed aggiunge il Signore: «E CHI VIVE E CREDE IN ME NON MORIRÀ IN ETERNO». E questo certamente, benché muoia. E in che modo non morirà in eterno, se prima non morirà? Ma benché muoia «ad tempus» (nel tempo, per un certo tempo), non morirà in eterno. Così è risolta ogni difficoltà, perché non siano tra sè contrarie le parole della Verità, e queste parole «possint instruere affectum pietatis»: possano confermare (dilatare, consacrare) l'affetto, il dovere della pietà verso i Defunti.

«Ergo: licet corpore morituri simus, vivimus si credimus». Eccoci alla purissima conclusione teologica: benché nel corpo siamo morituri, se crediamo, viviamo.

 

  • 2)  Est autem fides nostra maxime discreta: Oh! quanto è discreta, dignitosa e santa la nostra fede! Ben diversa dalla credenza dei pagani (degli increduli) nella resurrezione dei morti.

Come possono credere questo se non hanno dove accorgliela e custodirla questa Fede?

È il Signore che prepara la volontà dell'uomo perché diventi ricettacolo (quasi tabernaclo) della Fede. Dice il Signore ai Giudei: Sermo meum non capit vobis: La mia parola non penetra in voi.

Ma per voi, aperti alla parola del Signore, questo nostro discorso sia di grande consolazione.

«Non potest non dolere cor humanum defunto carissimo»: Non può il cuore umano non sentirsi nel dolore davanti al carissimo defunto… In questo dolore, il cuore umano viene sanato. Sarebbe inumano il non piangere.

Maria, vicinissima al Signore, piangeva dirottamente il fratello defunto.

E ti meravigli che piangesse Maria, se lo stesso Gesù piangeva?

Qualcuno può domandarsi, come potesse piangere la morte di Lazzaro, sapendo che, solo ad un suo comando, sarebbe ritornato in vita.

«Non mortem flebat, quem Ipse suscitavit, sed mortem, quam sibi homo peccando comparavit»: Non piangeva sulla morte di Lazzaro, che Egli stesso risuscitò, ma piangeva la morte: la morte che l'uomo si è guadagnato peccando.

PIANGEVA LA MORTE!

Senza il peccato, senza dubbio, non vi sarebbe la morte.

Alla morte dell'anima è seguita la morte del corpo.

Hai voluto abbandonare il tuo Signore? Il Signore ha abbandonato te: ecco la morte dell'anima. Per questo, il corpo è ora violentemente costretto alla morte.

E con quale violenza!

Chi c'è, infatti, che vuole morire? Nessuno, nessuno.

Tanto è vero che all'Apostolo Pietro è stato detto: Un altro ti cingerà la veste, e ti condurrà dove tu non vuoi.

… «Si ergo nulla esset mortis amaritudo, non esset magna martyrum fortitudo».

 

  • 3)  È per questo che l'Apostolo dice: Riguardo a quelli che sono morti, non vogliamo che siate nell'ignoranza: Perché non siate tristi come quegli altri, che non hanno speranza… Non ha detto soltanto: Perché non siate tristi, ma non lo siate come quegli altri (i pagani), che non hanno speranza. Perché, è impossibile che non siate tristi; ma quando siete tristi vi consoli la speranza… 

Come, infatti, non contristarci, quando il corpo, che riceve vita dall'anima, diventa esanime partendo l'anima?

Non è questa la casa, ornata da un invisibile Abitatore?

S'è allontanato Colui che non si vedeva; è rimasto soltanto quello che si vede con dolore.

Questo il motivo della tristezza.

Se questa, la causa della tristezza, vi sia la consolazione per questa tristezza.

Quale consolazione? «Poiché il Signore stesso, al comando, alla voce dell'Arcangelo, al suono della tromba di Dio, discenderà dal Cielo; e allora i morti in Cristo risorgeranno per primi. Quindi noi, i viventi, i superstiti, insieme con loro saremo rapiti sulle nubi incontro al Cristo nel Cielo. Così staremo sempre con il Signore».

«Pereat contristatio, ubi tanta est consolatio». Perisca la tristezza, presso la fonte di tanta consolazione!

«In tanta spe non debet esse triste templum Dei»: In tanta speranza, non deve essere triste il tempio di Dio. Vi dimora in esso il buon Consolatore: Colui, che non inganna nelle sue promesse.

Perché piangere lungamente se il nostro Caro non è più?

«Quoniam amara est mors»…

«Per illam transivit et Dominus».

Finisca, dunque, e perisca ogni tristezza, presso la fonte di tanta consolazione.

QUESTO NON È UN FUNERALE.

QUESTA È LA PASQUA.

 

  

Don Luigi Bosio, Alla santissima memoria dei miei carissimi genitori. 11.2.1953/9.2.1966, «Jerusalem Nova», Febbraio - Marzo 1966, Anno XVII, N. 14 (175).