Don Luigi Bosio
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Al Novello Sacerdote Don Alessandro ...

 

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Al Novello Sacerdote Don Alessandro Pesavento

Lascerò aperta e libera per te, Don Alessandro carissimo, la vena del cuore: unito all'assemblea dei fedeli, raccolti in devota Celebrazione. Nostra umile intenzione è rendere omaggio al tuo Sacerdozio, unendo a quest'atto di venerazione l'umile preghiera, perché il Signore conceda Santi Sacerdoti alla sua Chiesa: perché si degni visitare la nostra comunità parrocchiale, suscitando in essa, nel segreto della sua chiamata e della sua predilezione, delle sacre Vocazioni: ardenti giovinezze e vite generose, che si consacrino a Lui per un ideale di perfezione e di apostolato; un ideale di gran lunga al di sopra di ogni altro: quanto il divino supera l'umano, l'eterno il tempo, lo spirito la materia, l'infinito il nulla.

 

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«Oggi più che mai, la Chiesa geme per l'insofferenza inquieta, critica, indocile e demolitrice di tanti suoi figli, i prediletti...

La Chiesa ha bisogno di santi sacerdoti.

Si discute e si scuote dalle fondamenta la natura propria della grazia sacerdotale, con voci di protesta contro le sue stesse esigenze di santità e di sacrificio»  (Paolo VI).

La preghiera ha ancora il suo valore?

La vita interiore, una vita di silenziosa immolazione, ha ancora la sua efficacia?

Tutto passa nell'ombra del dubbio e nel danno di una continua, inutile discussione.

Grandezza della vita sacerdotale! Un magistero, che deriva da un ministero; un ministero, che deriva da un mistero!

Un forte grido risuona dal Cielo per tutti i prediletti dell'Eterno Sacerdote: Vegliate, vegliate contro gli errori, che minacciano così da vicino il vostro sacro Ministero.

Contro due eresie, specialmente, che si presentano oggi con spavalderia, varcando in maniera astutissima limiti, che lotte d'ogni secolo non erano riuscite, non avevano osato violare: l'eresia dell'azione, e quella ancor più terribile della carità (se così mi posso esprimere).

Cos'è quest'eresia dell'azione?

Essa consiste nell'esaurire l'attività dell'apostolato, correndo all'impazzata: senza saper dove: pugnando il vento e percuotendo il cembalo.

Credere, che un campo sportivo sostituisca la mortificazione cristiana.

Credere, che un patronato, un ricreatorio vasto e comodo, aperto a tutte le opere parrocchiali, dispensi da quest'immolazione totale, quale è richiesta dal carattere sacerdotale, quali vittime del nostro sacerdozio.

Credere, che un salone possa sostituire la chiesa e il Tabernacolo.

Credere, che sia lecito sconvolgere l'ordine naturale, tramutando la notte in giorno, sfasciando la famiglia nei momenti della sua maggiore intimità, e di indispensabile riposo, anche fisico.

Credere, che sia più utile alle Anime una veglia prolungata nella sala d'un cinema parrocchiale, o in un torneo notturno di moda, più che un'ora trascorsa di buon mattino nel Confessionale.

Credere, che il furore delle opere equivalga al fervore delle opere:

come se un momento di preghiera e di silenzio, nel silenzio di Dio, non fosse più vantaggioso alla Chiesa, di azioni strepitose, che fossero prive di sostanza soprannaturale.

 

Poi: l'eresia ancor più temibile della carità.

Rileggiamo il testo di S. Paolo, nella I Lett. ai Corinti 13,1-3.

«Quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo risonante o un cembalo squillante.

E quando avessi la profezia e intendessi tutti i misteri e ogni scienza; e quando avessi tutta la fede, sicché trasportassi le montagne: se non ho la carità, sono un niente.

E quando distribuissi in nutrimento ai poveri tutte le mie sostanze, e quando sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, a nulla mi giova».

Oggi si può arrivare a scrivere anche questo:

«Per essere moderni, i Preti dovrebbero studiare più sociologia e meno teologia; dovrebbero pensare più alla vita terrena dei loro fedeli e meno alla vita eterna.

L'ascetica era un argomento efficace, forse, per il Medioevo; ma noi, cattolici moderni, non possiamo più rivolgerci alle masse, predicando la condanna dei piaceri, predicando la rinuncia. Se vogliamo contrapporci alla propaganda dei materialisti, dobbiamo promettere anche noi altrettanta felicità terrestre; e poi dobbiamo veramente procurargliela, se non vogliamo creare il vuoto intorno a noi e nelle nostre chiese, con il conseguente abbandono della fede.

Insomma noi dovremmo fare meno prediche e meno funzioni. Viceversa dovremmo aprire veri e propri segretariati del popolo, veri e propri assistenziari legali e sindacali, centri turistici e sportivi per una riforma strutturale della società.

«Bisogna, si dice, integrare il sacerdote nella società:

bisogna muoversi e riprendere la "missione": non importa se a scapito anche della celebrazione del culto divino e della normale amministrazione dei Sacramenti... quasi fosse d'intralcio - il ministero sacramentale e liturgico - all'opera dell'evangelizzazione diretta del mondo moderno»  (Paolo VI).

 

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«Povero sì, il Sacerdote, come gli altri; fratello sì, agli altri; servitore sì, degli altri; vittima sì, per gli altri: ma nello stesso tempo dotato d'una funzione altissima e specialissima: Voi, il sale della terra: voi, la luce del mondo.

Vediamo di non perdere questa specifica funzione per un malinteso proposito di assimilazione, di "democratizzazione", come oggi si dice, nella società ambientale. Poiché: Se il sale diventa insipido, con che cosa gli si renderà il suo sapore?... Andrebbe così annullata l'efficacia della presenza e dell'azione sacerdotale nel mondo... Annullata nella stima e nella fiducia del popolo, e dalla pratica esigenza di dedicare ad occupazioni profane e ad affezioni umane: tempo, cuore, libertà, superiorità di spirito, che solo il ministero sacerdotale voleva per sè confiscate»  (id.).

 

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C'è una spiccata tendenza a dare all'efficacia il primato sulla verità. Che importa se i mezzi, di cui ci si serve, gettano lo spirito su false piste, chiedono alle tecniche di gruppo e alla psicologia di gruppo di far meglio delle virtù teologali; all'istinto gregario di far meglio dei doni dello Spirito Santo; al fiorire della natura di far meglio di quella povera vecchia umiltà; agli impegni (presi di preferenza in comune) di sostituire la ricerca intima dell'unione con Dio; alla gioia d'essere al mondo di sostituire la ricerca della perfezione della carità e dell'amore alla Croce; alle azioni di massa di supplire all'«entra nella tua camera, chiudi la porta e prega tuo Padre, che abita nel segreto»; alle celebrazioni comunitarie di mettere in soffitta la ricerca del silenzio e della solitudine...? (Maritain).

 

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Insorgiamo, a difesa del nostro sacro ministero. Noi siamo i dispensatori dei misteri di Dio, i banditori d'un Re Crocifisso, i dominatori della materia, i conquistatori d'un regno eterno.

Forse tutto questo ci stacca dal popolo? Non ce ne ha staccati, prima di tutto il Signore, affinché stando più vicini a Lui, curassimo più efficacemente gli interessi del popolo?

«Tu vedi, che nei sacerdoti nulla deve trasparire di volgare, nulla di popolare, nulla di comune con la moltitudine. La dignità sacerdotale rivendica a sè una assennata gravità, che stacchi dalle turbe; una vita seria; un peso singolare di dignità. In che modo, infatti, potrebbe essere osservato dal popolo, colui che nulla possiede di singolare nei confronti del popolo e in nulla differisce dalla moltitudine? Che cosa potrà ammirare in te il popolo, se riconosce in te soltanto quello ch'è suo? Se niente osservi in te, che non lo veda in se stesso? Se di quelle cose, di cui arrossisce, non trovi rimprovero in te, per tutto quello che in te dovrebbe venerare? Sorvoliamo, dunque, le opinioni del popolo e le bassezze della vita ordinaria, e cerchiamo per noi una via inaccessibile alle critiche degli insolenti»  (S. Ambrogio).

 

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«A te, Don Alessandro carissimo: l'esortazione e l'augurio, che tu abbia l'intuito sapiente di ciò, che oggi più occorre alla Chiesa e alla moderna civiltà: il fatto esistenziale della santità.

Di santi ha bisogno la Chiesa, di santi il mondo.

Di santi, che nel tumulto delle esigenze moderne, delle ideologie correnti, nelle contestazioni di moda, sanno essere, ad un tempo, personali e sociali, liberi cioè dal mimetismo collettivo.

Della tua vita fa un esperimento totale di santità»  (Paolo VI).

 

 

Don Luigi Bosio, Al Novello Sacerdote Don Alessandro Pesavento. Domenica 13 Luglio 1969, «Jerusalem Nova», Settembre 1969, Anno XX, N. 33 (194).