Don Luigi Bosio
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Ad Sanctum Joseph

 

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Ad Sanctum Joseph

Sono gratissimo a San Giuseppe, che ha sempre curato alla perfezione ogni mio interesse.

Ogni mio interesse!

Forse la parola è meno delicata e Gli chiedo scusa se quasi vengo meno ad un senso di venerazione per Lui: se ricordo e paleso le premure e l'efficacia della sua intercessione anche nelle mie necessità d'ordine temporale.

Necessità, del resto, piccole e insignificanti.

Ma a Lui, Sposo castissimo della Vergine Maria, Custode paterno del Verbo Incarnato, ho ben altro desiderio da esprimere per me e per voi; anche per voi, perché si tratta di interessi comuni.

Il desiderio, che voglia accettarci alla Scuola del suo silenzio e della sua vita interiore.

Silenzio e vita interiore!

Chi non ne soffre la nostalgia?

Nostalgia profonda della Chiesa!

Uditene il gemito sulle labbra del dolce Cristo in terra:

«Vediamo, nel mondo contemporaneo, che tutti corrono.

Fra tutti i valori umani primeggia l'azione. Fare, fare, fare è quello che oggi importa. L'intensità dell'operare è il parametro per giudicare il merito di una persona... La potenza, la velocità, la novità, la rivoluzione sono alla testa delle valutazioni correnti.

Si ambisce l'eccitazione traumatica dei fatti...

La psicologia della gente è tesa verso l'avvenire immediato.

L'uomo corre, ma come un gigante cieco.

L'attività è diventata fine a se stessa.

Crea una civiltà; ma poi contesta se stessa, e diventa inquieta e furiosa; vorrebbe tutto sovvertire e distruggersi.

Manca qualche cosa di essenziale.

L'azione si è francata da ogni catena; la legge esteriore è ridotta al minimo, per conservare un ordine convenzionale e operativo; la libertà di agire e di operare come meglio piace è la norma preferita, perché è l'abolizione della norma estrinseca ed obbligante: è una perfezione, è una pienezza umana, è un antropocentrismo, un personalismo, che finalmente sembra giustificare tutto il raggiunto sistema operativo; la coscienza rimarrà l'unica cattedra di giudizio, l'unica responsabilità. Ma questa parola magica e terribile di "responsabilità" rompe l'incantesimo del sistema soggettivo: perché postula l'elemento mancante, postula il dovere, postula il fine, il fine trascendente l'azione...

Dio è l'asse della vita umana.

Bisogna rettificare l'orientamento della nostra vita.

L'uomo moderno è enormemente progredito nella scienza dei mezzi; rimane invece incerto in quella dei fini.

Bisogna non lasciarsi travolgere dal turbine babelico del mondo circostante».  (Udienza generale, 10 Marzo 1971).

 

*     *     *

 

Entriamo in classe: "in Schola Christi": senz'altro nel vivo, nel midollo della questione.

Del problema si direbbe oggi.

Il momento è propizio e prezioso.

Il problema svanisce nel chiarore e nel calore della celebrazione Eucaristica.

Entriamo nella zona del silenzio.

Del silenzio divino.

Nel silenzio di Dio!

Dobbiamo camminare in punta di piedi.

O sulla punta del cuore.

"In silenzio andiamo incontro al silenzio".

Spingiamoci fin sotto la cattedra, dove tiene lezione, magistrale veramente, il Dottore del silenzio. Prendiamo posto.

«Beatae aures, quae venas divini sussurri suscipiunt, et de mundi hujus susurrrationibus nihil advertunt»  (Im. Ch. 3.21).

Possiamo sederci?

Su invito del Profeta, la cui voce si ode insistente in questo lacrimato tempo quaresimale.

«Sedebit solitarius et tacebit, et levavit se super se»  (Thr. 3.28).

Levavit se super se: a terrenis ad caelestia.

«Cujus majora negotia quam hujus otia? Quando justus solus est, qui cum Deo semper est?»  (Ambr.).

Quali opere più meritorie del merito di questo riposo?

E come può essere solo il giusto, se è sempre con Dio?

Possiamo ora chiedere al Dottore del silenzio, se ci vuol concedere... un momento di silenzio ancor più profondo?

Lui, che ne conosce l'eterna, segretissima Fonte, e ci vive!

La melodia più sontuosa è in quell'Abisso.

Tre Persone divine, che non disturbano la solitudine interiore: anzi la costituiscono.

Una Città immensa: ma chiusa!

Dio solo la occupa: Dio, che è tutto in tutti  (1 Cor. 15,28).

Non si deve confondere il silenzio dell'«Essere» con il silenzio del "nulla".

Il "nulla" non sa parlare, né tacere. Solo si agita e dissimula, con moti superficiali, il vuoto che è in lui.

Di fatto occorrono molte parole per non dire nulla, o per dire ciò che non si pensa. Mentre una sola parola basta all'Essere, per esprimersi interamente.

 

*     *     *

 

La lezione volge al termine. Possiamo chiederne le impressioni a San Giuseppe, diligentissimo Discepolo di questa Scuola?

Non sa... non vuole rispondere...!

Ma il Vangelo, con due sole parole, si pronuncia per Lui:

due parole scultoree, solenni: VIR JUSTUS.

 

 

Don Luigi Bosio, Ad Sanctum Joseph. 19 Marzo 1971, «Medium Silentium», Marzo - Aprile 1971, Anno II, N. 2 (205).