Celebrazione Eucaristica della VIII Domenica del Tempo Ordinario (1.3.1992)
Il Signore mi ha portato al largo. Mi ha dato la sua stessa libertà, perché lui solo è veramente libero. «Eduxit me Dominus in latitudinem». È il Salmo, il canto all’inizio della Celebrazione Eucaristica. Il Signore mi ha portato al largo. «In latitudinem», al largo. Quale larghezza? La larghezza della fede, la larghezza dell’amore. «In latitudinem cordis», nella larghezza, nella dilatazione del cuore. «In latitudinem», al largo mi ha portato il Signore. Mi ha fatto superare il muro, mi ha fatto superare le vastità dei mari e mi ha portato al largo della sua libertà e del suo amore. «In latitudinem, in longitudinem». «In longitudinem». Il Salmo dice: «Il Signore mi fa pensare ai giorni eterni». «In longitudinem dierum».
Domeniche or sono il Signore diceva a Pietro: «Duc in altum!». Prendi il largo! Prendi il largo! Andiamo in alto mare! «Duc in altum!», nell’alto mare della tua grazia. «In profundum», nelle profondità, come dice la Sacra Scrittura: «Alta profunditas, quis inveniet eam?». Alta profondità, profonda profondità. Chi può scendere in queste profondità? Lo Spirito Santo scruta anche queste profondità, le profondità di Dio.
Il Signore ci ha portati al largo.
In questo momento dovrei cadere in ginocchio e fare, per voi e con voi, la preghiera dell’Apostolo. Piego le mie ginocchia, perché possiate conoscere, nella vostra vocazione alla santità, la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di quella carità, di quell’amore che supera tutte le misure, tutte le misure.
Da queste cime scendiamo alla pianura, alle valli. Entriamo nelle pareti domestiche, nelle umili pareti domestiche, dove la santità è a portata di cuore, nell’ordine della natura e della grazia. Abbiamo ascoltato, dal Libro Sacro, queste parole: “La fornace prova la purezza dell’oro”. La prova dell’uomo sta nella sua conversazione. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero. Così la parola rivela il sentimento dell’uomo. Non lodare un uomo prima che abbia parlato. Ed è questa la prova degli uomini. Non sono precetti: è saggezza, sapienza antica, la verità. Sono inviti a custodire la dignità, la serietà della vita, nella sobrietà delle parole e nella beata solitudine del silenzio.
Ed eccoci al silenzio. «Qui tacere nescit, nescit loqui», dice l’antico saggio. Chi non sa tacere, non sa parlare. «Qui tacere nescit, nescit loqui». Chi non sa tacere, non sa parlare. «Tacere è ben più difficile – dice sant’Ambrogio – che parlare».
Il Salmo dice: «Nella mia bocca parli la tua sapienza». Sant’Agostino commenta, dice che ogni parola deve scaturire dalla vena del cuore. «A vena cordis», dalla vena del cuore.
Il silenzio è la madre della parola. Il silenzio è la madre della parola. Non c’è parola efficace, specialmente qui, a questo altare della Parola, del Verbo, se non nasce nel silenzio. Il silenzio è come il grande grembo segreto, grembo di concepimento del Verbo. È un mistero di incarnazione, all’ombra dell’Altissimo. Come nella Vergine Maria. «Quod nascetur ex te, sanctum». Ciò che nascerà da te, è santo. Chiarezza! Chiarezza sfolgorante! Luce di paradiso! Colui che nascerà da te, nel tuo silenzio, sarà il Verbo, il Santo.
Il Signore ci ha portati al largo.