Celebrazione Eucaristica della VII Domenica del Tempo Ordinario (23.2.1992)
«Canterò con l’accompagnamento del salterio al tuo nome, o Altissimo». «Psallam nomini tuo, Domine, Altissime». «Psallam». «Canterò con l’accompagnamento del salterio» (la cetra, l’arpa, il tetracordo). «Canterò al tuo nome, Altissimo». È l’Antifona della Comunione Eucaristica. Al tuo nome. Non al tuo altissimo nome: al tuo nome, o Altissimo! Hanno cantato: «Tu solus – e abbiamo cantato con loro – Tu solus, Altissimus. Altus est Deus, quia a se ipso habitat altitudinem». Non gliela dà nessuno – uno spazio, un luogo – l’altezza a Dio: ce l’ha da sé stesso. «A se ipso habet altitudinem». Come canterò al tuo nome in modo degno? È gran fatica pronunciarlo, il tuo nome, o Dio! Gran fatica! Nella devozione, l’anima respira; nel canto, la Liturgia dice tutto quello che è capace di dire.
L’Apostolo. Ascoltiamo una parte delle sue Lettere ai Corinzi, non il tratto che abbiamo ascoltato oggi, ma un altro tratto delle Lettere ai Corinzi, dove l’Apostolo, quasi balbettando, dice: «Come è vero che Dio è fedele, la nostra parola in mezzo a voi non fu “sì” e “no”, ieri “sì” e oggi “no”, poiché il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che è stato predicato tra voi da me, non fu “sì” e “no”, ma è sempre stato il “sì”, solo il “sì”. Tutte le promesse di Dio si sono adempiute in Lui, sono diventate “sì”. Per questo, attraverso Lui, sale a Dio il nostro “amen” per la sua gloria. E Dio stesso, il Padre, ci conferma, insieme a voi, in Cristo Gesù e ci ha conferito l’unzione e ci ha dato il sigillo e la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori». Un inno, un inno alla beata Trinità. È un balbettio dell’Apostolo.
Il “sì” canta il “sì” della santità del Padre, nella sapienza del Verbo e il “sì” della bellezza del Padre, nell’amore dello Spirito Santo. «Qui est misit me ad vos». Diceva il Signore a Mosè: «Colui che è, il “Sì” eterno, Colui che è, mi ha mandato a voi». Il “Sì”. È tanto più vicino a noi nel suo “sì”, quanto più sembra lontano. Io sono tanto più vicino a voi, ma se sono con Lui, sono così vicino quanto più posso sembrare lontano. Così voi siete tanto più vicini a me, quanto più potete sembrare di essere lontani.
Solo l’infinito ci unisce. Solo l’infinito ci unisce. Il “sì”, l'”amen“. Il “sì”, l'”amen“. Come comprendere? Come vedere?
Il silenzio è la ricompensa dell’essere, è l’aureola dell’essere. Essere e silenzio «unum sunt». Essere e silenzio fanno uno. Tanto c’è di essere e tanto c’è di silenzio. Tanto c’è di silenzio e tanto c’è di essere. L’essere è solo – e può essere solo – silenzio. Il silenzio è la ricompensa, l’aureola dell’essere. Essere e silenzio. Essere e silenzio: è l’estasi d’amore e della bellezza in cui vive la Trinità beata. Essere e silenzio. La Trinità beata – e noi in lei – è solo essere e silenzio. L’amplesso dell’Eterno: essere e silenzio. “Amen“. “Sì”. “Amen”. “Amen“. La mia vita sacerdotale e cristiana è l'”amen”, il “sì” al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. La mia vita cristiana e sacerdotale, con la vostra vita cristiana e sacerdotale, è il “sì”, il “sì” al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Ci sono due “sì” nella Celebrazione Eucaristica. «Per ipsum, et cum ipso et in ipso, est tibi Deo Patri omnipotenti». A te, per mezzo tuo, con te e in te tutto l’onore e la gloria nei secoli dei secoli. L’assemblea – la terra e il cielo e negli abissi – risponde: «Amen».
Poi c’è un altro “sì”, intimo… intimo. «Corpus Christi». «Amen». «Corpus Christi». Sì. «Amen». Sei tu il Cristo? Sei tu il Cristo?
«O cara veritas! O vera caritas!». Oh, cara verità! Oh, vera carità! Oh, vero, unico amore. «Amen». Sì.