Quest’arte innocentissima è l’agricoltura: quella, che il vocabolario definisce: l’arte di coltivare i campi.
Arte, dunque, e non un mestiere.
Cioè, un’attività umana, che richiede ingegno, esperienza ed ispirazione.
Nella coltivazione dei campi occorre un’anima d’artista e contemplativa.
Si tratta di leggere e non di guastare il Libro di Dio.
Non è semplicemente un mestiere, destinato a riempire i granai e ad accumulare denaro.
“Arte innocentissima” la chiama S. Agostino.
Chi cammina tra i prati smaltati di fiori, o curvo sotto i rami carichi di frutti, non ha che da aprire gli occhi, per avvertire la presenza di Dio.
La natura è figlia di Dio.
Arte innocentissima l’agricoltura, forse perché è stata la prima arte, e l’unica, esercitata dagli uomini con le mani ancora innocenti.
Dice la Santa Scrittura: “Il Signore pose l’uomo in un giardino di delizie, affinché lo lavorasse e lo custodisse”. Quando riceveva questa consegna, Adamo era ancora nello stato d’innocenza.
Tentare spiegazioni, è difficile.
S. Paolo, con linguaggio mistico, dice che noi siamo l’agricoltura di Dio.
Cioè: il campo, l’orto, la vite di Dio.
Il regno di Dio.
E Lui, ne è il diretto coltivatore.
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Dalla Sacra Scrittura agli Scrittori classici il passo è molto lungo.
Altra è la parola dell’uomo, e altra la parola di Dio.
Eppure, anche questi Scrittori han parlato così bene dell’agricoltura!
Io riporto un passo di Virgilio, di Cicerone e di Aristotele, senza fare sfoggio di rettorica e di letteratura.
Ecco il latino elegantissimo di Virgilio:
“O fortunatos nimium, sua si bona norint agricolas, quibus ipsa, procul discordibus armis, fundit humo facile victum justissima tellus”.
Tradotto un po’ liberamente, vuol dire: O fortunatissimi agricoltori, se conoscete il bene, che avete tra mano; perché a voi la giustissima terra offre generosamente, con la pace delle armi, il facile vitto.
Cicerone dice:
“Nihil agricultura melius, nihil dulcius, nihil libero homine dignius”.
Nulla di migliore dell’agricoltura, nulla di più dolce, né di più degno per un uomo, che vuol godere la libertà.
Il sommo Aristotele chiama la terra: la madre di tutte le cose, e l’agricoltura: un’arte secondo natura. Quasi che tutte le altre arti violentassero e deformassero la natura.
Posso qui aggiungere quanto ha scritto l’Eccellentissimo Arcivescovo nella sua prima Lettera Pastorale, a lode della vita rurale? Rivolgendosi ai fedeli, sparsi per le fertilissime campagne della Diocesi, dice: “Voi conoscete ed amate la terra benedetta, che la Provvidenza vi ha assegnato come porzione dell’eredità dei figli di Dio… Voi che siete in una regione, così evidentemente benedetta dal Signore, dovete sentire e manifestare la vostra gratitudine a Colui, che vi ha dato nella terra la possibilità di una vita serena e sicura”.
Non andiamo troppo in là con il discorso, anche perché a qualcuno forse non piace.
I tempi sono molto mutati, dal giorno della Creazione!
Si dice, che sono progrediti.
C’è quasi un’alzata di scudi contro quello, che abbiamo detto.
Tutti sanno che la vita d’un salariato è dura, ed ancor più dura quella d’un bracciante agricolo.
Ciò non toglie, che sotto l’aspetto morale e religioso, l’ambiente rurale rimanga ancora il più sano. Si Potrebbe dire: anche sotto l’aspetto fisico.
Il buon Virgilio parla della “secura quies”, della sicura quiete della campagna, e vi aggiunge ingenuamente: “nescia fallere vita”, come se fosse impossibile peccare tra le bellezze dei campi e le meraviglie del creato.
D’altra parte, se le risorse del buon volere sono molte, molto maggiori sono quelle della Divina Provvidenza.
Possibile, che nella fedeltà al dovere non si aprano, oltre le vie dalla giustizia, quelle vastissime della carità?
È presto detto: Invierò il figlio all’officina e la figlia in città.
Come ritorneranno quei figlioli? Come li riconsegnerete a Dio?
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Il mio scopo era di arrivare a parlarvi della Festa della Gentilezza.
Io desidero ardentemente questa festa, che si celebrerà nella Domenica 2 Ottobre; nella speranza di non rimanere deluso nella mia aspettativa.
Non domando soltanto i frutti più belli della stagione, voglio vedere il fiore di tutta la giovinezza cristiana della Comunità, stretta intorno all’Altare.
Alle fanciulle e ai giovani, l’onore di questa celebrazione liturgica.
Venite come in trionfo, portando, con la mela più bella, il mondo intero nelle vostre mani.
Bando ai riguardi, al cosiddetto, rispetto umano!
Confrontate, piuttosto, la nostra mela con quella del vicino, per gareggiare nella carità.
È un atto di gentilezza, che mi servirà di misura esatta della vostra educazione cristiana; della vostra capacità di gioia e dell’ampiezza degli ideali, che andate sognando per il vostro radioso avvenire.
Se ripenso all’anno scorso, mi trovo con una spina tra le mani… Quest’anno lasciatela pure da parte questa spina, perché porto ancora il segno della ferita.
Vai mi capite!
Tanto più, che una minaccia potrebbe incombere sopra questa simpaticissima festa, se perdesse il suo carattere sacro, per degenerare in una volgare sagretta.
Il sapore più fino dell’offerta è riservato a voi.
Con voi, molti altri lo gusteranno, nell’edificazione della vostra fede e della vostra generosità.
Don Luigi Bosio, ARS INNOCENTISSIMA, «Cittadella Cristiana», Ottobre 1955, Anno VI, N. 65.