Quale sarà mai questa “mia” Messa? Forse c’è una Messa ch’è mia, che è tua? Una Messa per ciascuno?
Ecco: è chiaro che unica è la Messa, ed è quella celebrata dal Sacerdote divino sull’altare della Croce. Ad essa attingono il merito tutte le Sante Messe, celebrate quotidianamente sui nostri Altari.
Perché, allora, ho parlato d’una Messa, che sembra più mia delle altre?
Voi vi accorgete, ch’io sto parlando come membro della Comunità parrocchiale, non come sacerdote e capo di essa. Allora io dichiaro, che la mia preferenza è per la Messa domenicale, celebrata in canto. La preferisco, perché devotissima fra tutte.
Perché io ho gran voglia di cantare la mia fede e la mia riconoscenza.
Perché, celebrata com’è di buon mattino, dà un tono di gioia a tutta la Domenica, e mi induce a consacrarla, solennemente, al mio Dio.
Perché io so, come membro della Comunità, che il capo e il padre della mia famiglia spirituale, è in dovere di celebrarla per me, senza che nessun motivo, per quanto grave, valga ad esonerarlo da quest’obbligo.
Andrò dunque alla “mia” Messa.
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Anche per me, Sacerdote e capo spirituale della Comunità, la Messa, particolarmente mia, è quella domenicale.
Perché ogni Domenica mi riconduce al vertice della vita cristiana e nel cuore della Liturgia; all’unica Domenica: la Pasqua.
Perché ogni Domenica, dopo sei interminabili giorni, posso finalmente ritrovarmi con tutti i miei carissimi figli: sedermi alla stessa Mensa; farmi, anzi, loro servitore; dispensatore d’un Pane vivo; con loro conversare, con ineffabile carità e semplicità, senza alcun gesto oratorio o ricercatezza di parole, di cose celesti.
E la mia felicità nel cantare questa Messa domenicale?
In un momento di vera ebbrezza soprannaturale, io dicevo al Signore: Se dovessi rimaner solo, con uno almeno che rispondesse al mio canto, canterò sempre la tua Messa.
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Leggete alcune conclusioni d’una settimana Liturgica, tenuta nello scorso anno in Francia.
- Quando voi andate alla Messa, all’”Ite Missa est” non pensate che tutto sia finito.
L’”Ite Missa est” apre il dopo-Messa. La carità, accumulata in voi dalla stessa, deve espandersi. Solo i cristiani possono darla al mondo, nel quale devono essere presenti.
- Allo sciogliersi dell’assemblea, i fedeli sono mandati in missione fra gli uomini di oggi.
“Ite Missa est” vuol dire: Andate in missione! Una missione che spaventa, perché la comunità degli uomini oggi è ricca, potente, orgogliosa del suo lavoro; prepara la società del domani, da cui attende la felicità. L’assemblea cristiana si sente povera, si riconosce peccatrice e proclama il Vangelo delle Beatitudini.
“Ite Missa est”: Voi andate, dunque, in missione; ricordatelo.
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Ecco la triste visione della Domenica sconsacrata.
Dal tramonto del sabato si arriva all’alba del lunedì con una nottata lunga nel mezzo, e durante una così mostruosa nottata non si sa come riposare, perché non si riposa in Dio.
La Domenica è la giornata più difficile della settimana. Il lavoro santifica sempre in qualche modo i giorni feriali, ma che cosa può santificare la Domenica sconsacrata?
Abbiamo disimparato il suono delle campane, che da strumento di linguaggio si sono mutate per noi strumento di tormento.
Ogni Domenica mattina si avverte come una promessa nell’aria: sembra che il giorno nuovo ci tenga in serbo un tesoro, e giunti alla sera l’aria di festa è avvelenata e del tesoro promesso non abbiamo che cenere sul capo e fango nell’anima.
La Domenica sarà sempre un tetro giorno, finché non rimarrà al Signore e alla Sua gloria. Quelli che più patiscono il tedio e la tristezza della Domenica senza più Dio, sono i giovani. La Domenica per loro dovrebbe essere il fiore dei giorni, nel quale essi si sentono fiorire. Invece proprio in quel giorno la loro anima si sgualcisce insieme al vestilo delle feste.
“Anime esangui, dice il S. Padre Pio XII, vuotate di ogni succo spirituale e religioso, vittime di una epidemia, che infierisce su tanti fantasmi di uomini, che, mai stanchi di frequentare cinema e campi di sport, giorno e notte, sazi di futili notizie, di illustrazioni provocanti, di musica leggera, sono interiormente troppo vuoti per interessarsi ed occuparsi di sé stessi.
La corrente del mondo li trascina come cadaveri inerti”.
Don Luigi Bosio, LA MIA MESSA, «Cittadella Cristiana», Giugno 1955, Anno VI, N. 61.