* Vieni: accendi il Fuoco.
Il Fuoco del Tuo amore in noi.
Un amore purissimo per Te, che sei l’Amore infinito.
* * *
* «Semper nobis est festivitas». Per noi, sempre festa!
Liturgia a necessitate temporum liberat: Sempre nostalgia di Cielo.
La Liturgia ci libera, quasi, dalle necessità del tempo.
* * *
* Pentecoste: la metropoli di tutte le solennità.
Dov’è passato il Fuoco: Dio è tutto, il Tutto. Tutto è di Dio.
Noi e tutte le cose: il «nulla».
Felice, oggi, chi si incontra con il proprio nulla.
Quando dall’officina di Dio usciranno, a gran fuoco, i Cieli nuovi e la nuova terra, non rimarrà che oro puro.
Quanto rimarrà di tante opere, costruite dalla mano dell’uomo?
Dico: costruite più dalla mano dell’uomo, che dalla mano di Dio?
* * *
* Pentecoste dovrebbe essere la canonizzazione delle beatitudini evangeliche.
Soprattutto della prima beatitudine.
Cerchiamo di comprenderlo.
Siamo di fronte a Dio: nel nostro nulla.
«Ogni mistero rende poveri».
«L’uomo è a casa sua, solo nell’apertura mai superabile del mistero».
«Il peso specifico della creatura aumenta, se Dio la assume nel suo cuore».
«La radice di ogni virtù teologale è la povertà. Perché la nostra infinita povertà, alla quale noi ci affidiamo mediante la “povertà dello spirito”, è come il profilo, il riflesso, qui da questa parte del mondo, di quello splendore dell’infinità propria di Dio, nella quale – per grazia e misericordia di Lui – dovremo trovare noi stessi nella pienezza della nostra esistenza».
«L’infinitezza di questa connaturata povertà è l’unica ricchezza nativa dell’uomo. Egli esiste come infinito bisogno, poiché tutte le sue istanze, l’integrale totalità e limpidezza della sua natura non gli provengono da lui stesso, bensì dal mistero insondabile dell’infinità di Dio. In Lui egli è nascosto a se stesso. Egli è l’essere estatico.
«Noi siamo così poveri, che neanche la povertà appartiene a noi, bensì al mistero di Dio».
* * *
* «Ogni povero è un profeta».
«Per l’uomo è molto facile vivere lontano dalla verità del suo essere».
* * *
* È la Croce il sacramento della povertà di spirito: il sacramento della vera umanità.
«La vera grandezza d’un uomo si afferma proprio nel fatto, che gli altri uomini e le cose non impallidiscono accanto a lui; non impallidiscono e scompaiono, bensì per la prima volta, assurgono davanti a lui al loro valore autentico.
Dio si è avvicinato a noi nella grazia.
* * *
L‘autoaffermazione, l’autosufficienza riduce tutto a un’esistenza mortalmente vuota, dove tutto è senza una storia, l’evidenza senza mistero e a portata di mano.
* * *
* Può veramente amare solamente l’uomo, chi è capace di darsi gratuitamente, senza protezione e senza dubbi, per custodire poi questa donazione nella solitaria e doverosa fedeltà di tutta una vita.
Ogni autentico incontro umano è nello spirito di povertà. Perché noi dobbiamo farci piccoli, saperci dimenticare e tirare da parte, affinché l’altro venga veramente a noi nella sua unicità.
* * *
* Ogni mistero rende poveri.
Ricchi della ricchezza del Mistero, che nasconde l’infinita ricchezza di Dio.
* Ogni povero è un profeta
un cantore del mattino, dell’aurora…
un annunciatore dell’eternità
un testimone delle cose invisibili.
* * *
La Chiesa è una perenne Pentecoste:
«Nisi Spiritus adesset, Ecclesia non consisteret;
Si vero consistit Ecclesia, dubium non est, quin adsit Spiritus» (Jo. Chrys).
Don Luigi Bosio, In Festo Pentecostes. 14 Maggio1967, «Jerusalem Nova», Aprile – Maggio 1967, Anno XVIII, N. 19 (180).