È una festa, che veramente non ricorre nel calendario liturgico, ma a considerarne attentamente il significato, si potrebbe trovare in questa celebrazione quasi direi il succo della Liturgia.
L’espressione: «Festa del lavoro» va intesa così: noi facciamo festa al lavoro, perché abbiamo scoperto, che è una fonte di gioia.
Nel lavoro è Dio, che viene servito nell’accettazione serena del dovere.
C’è in esso l’imitazione del divino Operaio di Nazareth.
È l’espressione dei doni d’intelligenza e di volontà, di cui ci ha fatto dono il Signore.
È un mezzo efficacissimo per il nostro perfezionamento spirituale.
È una moneta di preziosissimo valore in corso per l’acquisto delle anime.
Come si può dunque, imprecare al lavoro? Non è meglio trasformare in altare, in un olocausto d’amore l’aratro, il banco dell’officina, il tavolo di studio, e sollevare spesso gli occhi al cielo, come il Sacerdote nell’Offertorio della Messa?
Quando bacerete, come oggetti sacri, gli strumenti di lavoro, vi apparirà l’assurdo della ribellione e dell’odio.
Oggi, alle ore 7 siete invitati in abito e volto festivo, a riunirvi fraternamente presso l’altare del Signore. È l’infinita fatica della Redenzione che si ripeterà sotto i nostri occhi. Chi non porterà volentieri la propria croce dietro le orme di Gesù?
Don Luigi Bosio, Primo Maggio: FESTA DEL LAVORO, «Cittadella Cristiana», Maggio 1951, Anno II, N. 12.