Le vie di Sion piangono, con un pianto desolato, specialmente nel pomeriggio domenicale.
Queste vie di Sion sono le vie, che conducono alla chiesa e all’istruzione cristiana, e piangono perché agli atrii del Signore, nel desiderio dei quali languiva e sveniva il Profeta, si preferiscono stadi e cinema, urla, irrealtà e frivolezze.
Vorrei parlare degnamente della Domenica, della sua solennità e della sua gloria, anche per introdurvi alla Domenica principe, alla Pasqua, di cui la Domenica non è che la ripetizione settimanale, ma completa.
Il mio desiderio, è quello di prepararvi alla grande Veglia, fulcro di tutta la santa Liturgia.
Domenica e Pasqua, Messa e Calvario sono identiche, divine realtà.
La Messa è la Pasqua quotidiana; la Domenica, la Pasqua settimanale. Pasqua annuale è quella, che si celebra con maggiore solennità di riti nella beata Notte.
Per il Natale basterà, passi l’espressione, un po’ di sentimento per correre accanto alla Culla del Redentore divino, sentirne il fascino e commuoversi; ma per la Pasqua è necessario avere un palato spirituale molto più sensibile, per comprendere il “mysterium crucis”; oggi specialmente, in cui sono molti i nemici (ve lo dico piangendo) della Croce di Gesù.
Su questa “Cittadella” non mancherà mensilmente un invito pressante, che serva a tener desta la pietà, in attesa della Veglia sacratissima; perché Lui, lo sposo celeste, segretissimo e gelosissimo, ha scelto il colmo della notte per incontrarsi liberamente con chi Lo cerca nella semplicità della fede ed è bruciato dalla febbre detta santità.
Ascolta, dunque, quanto è bella la Domenica.
Mi servirò di alcuni pensieri, tratti da un libro recente, (V. Redlich – Edizioni Paoline); mi sembra, che vi possa essere materia sufficiente per una riflessione profonda.
“Per sei giorni lavorerai e farai tutte le tue opere (Es. 20.9). Osservate però i miei Sabati (le mie Domeniche), perché il Sabato è un segno tra me e voi nelle vostre generazioni, affinché riconosciate che io sono il Signore, che vi santifico… Chi non osserverà questo precetto, dovrà morire (id. 31.14).
* È ancora possibile celebrare degnamente questo giorno?
Perché no? Pure il mondo è pieno di feste e di celebrazioni. Ma è appunto questo genere di feste, che potrebbe far sorgere in noi un’idea completamente falsata della celebrazione domenicale, abbassandola al livello d’un banale sollazzo, quasi non vi sia che un contrasto: lavoro e divertimento; e l’unico aspetto serio della vita consista nell’azione e nella produzione.
* Un ossessionante bisogno di evasione spinge l’uomo dalla città alla campagna (o comunque fuori dalla propria parrocchia), dove non si trova a casa sua, e, meno ancora, nella Casa del Signore.
* Questo giorno ha un’ampiezza d’orizzonti sconfinata: riposiamo nel silenzio, ma anche celebriamo con la Comunità. La Chiesa non ignora questo duplice aspetto della Domenica: taccia dinnanzi a Lui tutta la terra (Abacuc 2.20); e, per contrasto: parli di Lui tutta la terra!
* Alla Domenica, entrando in chiesa, si pregusta una fresca voluttà di gioia, diffusa nell’aria. Ci si inoltra, come se si posassero i piedi sui lastroni d’una immensa cattedrale: Mi è permesso d’avvicinarmi a Te, per lodarti: è la tua potenza, o Signore, che mi attrae.
* Nella celebrazione domenicale non si tratta di discutere grosse questioni, ma di vita e di azioni sante. Dobbiamo essere colpiti dal miracolo e dal mistero.
La Liturgia non è uno studio, ma una contemplazione. Anche nella ripetizione delle sue formule, è sempre nuova. Una madre conosce bene il viso del suo bambino, eppure lo guarda e lo riguarda, e le sembra di scorgervi ogni volta qualcosa di inatteso, che la incanta.
Solo chi trova nella contemplazione l’anima della Domenica, troverà la Domenica nell’Anima.
* La nostra Domenica non ha molto valore, se in essa non si manifesta il Sacrificio di Gesù Cristo. È decisivo conoscere in qual modo noi usciamo dalla nostra celebrazione domenicale. Più uniti a Lui? Capaci ormai, quali sacerdoti o sacerdotesse, di partecipare e di rendere efficace il Suo sacrificio anche durante i giorni lavorativi? Divenuti, grazie alla Comunione, più fratelli; una vera Comunità, una Chiesa insomma? È appunto per divenire “una Chiesa” che ci si reca al tempio nei giorni di festa”.
Fin qui, il Volume citato. Ma cose assai belle sono state dette anche recentemente dall’Em. Cardinale di Bologna nel Congresso Ceciliano di Roma, intorno alla Liturgia solenne.
Egli enuncia così il suo tema: Torniamo alla Liturgia solenne, chiedendosi subito se esista anche una liturgia privata. Risponde con un’espressione stupenda, affermando che la Liturgia nasce solenne, e non può essere, per natura sua, che solenne, ed invita a tornare almeno alla Messa parrocchiale cantata.
Liturgia solenne, Egli continua, che è bella anche nelle sue forme; bella soprattutto nel suo spirito. È la realizzazione dell’unità nella famiglia dei figli di Dio ed ha in se stessa una nota di tale bellezza umana e cristiana, che incanta.
Don Luigi Bosio, VIAE SION LUGENT, «Cittadella Cristiana», Gennaio 1955, Anno VI, N. 56.