Molte mamme, anche ai nostri giorni portano legate al fianco in un mazzetto ilare come un campanello, le chiavi degli armadi, dei cassettoni, della dispensa. Sfaccendano tutto il giorno accompagnate da quel suono felice e se ne fanno compagnia mentre gli uomini sono al lavoro e i bambini alla scuola.
Tutto nella casa è ben custodito da quelle piccole chiavi di ferro, che non hanno tempo di arrugginire; che la mamma conosce e distingue a una a una; che cantano perché si sentono strumenti di benessere di felicità, di sicurezza per il domani.
La donna che non ha chiavi, non conosce l’economia domestica. Abbandona all’arbitrio del più goloso la cosa buona, che nella giustizia della vita familiare appartiene a tutti in parti uguali. Lascia che le cose più care e gelose siano toccate da tutti. Toglie alla casa l’incanto misterioso di ricordi, che chiedono di essere custoditi per i giorni in cui il cuore domanda di essere consolato; lascia aperto il cancello del piccolo sacrario domestico, che deve invece essere aperto con commozione e col cuore rivolto al Signore.
Infelici, presto o tardi, le case dove babbo e mamma si coricano senza che tutti i figli siano rincasati; dove ognuno può entrare all’ora che vuole, in punta di piedi per non farsi sentire; dove esistono tante chiavi della porta quanti sono i figli, giovani o adulti.
Quanto profondo, umano significato ha la chiave che l’uomo custodisce in fondo alla tasca, mentre cammina nel mondo o lavora lontano dalla casa o dalla sua famiglia. Egli, per quella chiave nera e pesante, si sente accompagnato dalla certezza più che dalla speranza. Sa che quel ferro di pace custodisce il suo fuoco, il suo amore, la sua sposa, i suoi figli.
Don Luigi Bosio, LE CHIAVI, «Parrocchia della Natività», Novembre 1950, Anno I, N. 6.